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Sanità pubblica: -33 miliardi di euro al personale in 12 anni. Gimbe: “Senza capitale umano, il Ssn non può esistere”

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“Nel periodo 2012-2024, tra le voci della spesa sanitaria pubblica, quella sul personale è stata la più sacrificata. La quota destinata al personale dipendente e convenzionato è scesa dal 39,7% del 2012 al 36,6% del 2024”. E’ il bilancio tracciato da Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, durante la lectio magistralis nell’Aula Magna del Rettorato di Sapienza Università di Roma, nell’ambito dell’evento #GIMBE30 “Diritto alla salute e sostenibilità del Ssn: la sfida del capitale umano”.

Secondo Gimbe la portata di questa riduzione emerge in tutta la sua gravità: in 12 anni il personale sanitario del Ssn ha complessivamente perso oltre 33 miliardi di euro, di cui il 38% (12,47 miliardi) nel triennio 2022-2024. “Un saccheggio di risorse pubbliche di tale entità – commenta Cartabellotta – che ha progressivamente indebolito e demotivato il capitale umano del Ssn, alimentando l’abbandono del servizio pubblico e la crescente disaffezione verso alcune professioni e specialità cruciali per il funzionamento del sistema. La domanda cruciale non è più solo quante risorse pubbliche investire nella sanità, ma chi curerà l’Italia domani”.

Secondo l’analisi Gimbe, la crisi del Servizio sanitario nazionale non può più essere letta solo attraverso le liste d’attesa, il sovraffollamento dei pronto soccorso o le diseguaglianze territoriali. Il nodo più critico è oggi rappresentato dal capitale umano: medici, infermieri e professionisti sanitari che lasciano il servizio pubblico, non vi entrano neppure, anticipano il pensionamento e guardano al libero mercato alla ricerca di forme di lavoro più remunerative e meno usuranti.

“Un Ssn senza professionisti – dichiara il presidente Gimbe – non è semplicemente un sistema in difficoltà, ma un diritto costituzionale che perde progressivamente la capacità di tradursi in cure per le persone. Da anni discutiamo di finanziamenti, strutture, riforme e tecnologie. Ma oggi stiamo attraversando la linea rossa: senza disponibilità di personale le risorse economiche non curano, gli edifici restano vuoti, le tecnologie finiscono per essere investimenti inutilizzati e il diritto alla tutela della salute si svuota ogni giorno di più”.

“Il Ssn è uno dei patrimoni più importanti della Repubblica – dichiara la Rettrice della Sapienza, Antonella Polimeni –, perché rende concreto il diritto alla tutela della salute sancito dalla Costituzione. Oggi è evidente che la sua sostenibilità richiede risorse economiche adeguate, indispensabili per il funzionamento di un presidio così necessario, e una piena valorizzazione del suo capitale umano: dalle donne e dagli uomini che ogni giorno garantiscono cura, assistenza, ricerca e prossimità alle persone. Come Università abbiamo il dovere di formare professioniste e professionisti capaci, competenti e consapevoli della responsabilità sociale della cura. Per questo Sapienza considera la formazione sanitaria una leva essenziale per il futuro del Paese”.

Con 5,4 medici per 1.000 abitanti, l’Italia si colloca al secondo posto tra i paesi Ocse (media 3,9). «Il paradosso – spiega Cartabellotta – è che oltre 90 mila medici non lavorano nel Ssn come dipendenti o convenzionati, né come medici in formazione specialistica». Le carenze, infatti, sono selettive e riguardano i medici di medicina generale (oltre 5.700 quelli mancanti al 1° gennaio 2025) e numerose specialità poco attrattive: emergenza-urgenza, discipline di laboratorio, radioterapia, medicina nucleare, cure palliative, medicina di comunità e delle cure primarie.

Sempre il presidente Gimbe: “I giovani medici votano con le loro scelte e ci stanno dicendo che alcune specialità chiave per il funzionamento del Ssn sono poco attrattive, troppo esposte, troppo gravose, poco valorizzate». Il cuore del problema, dunque, non è solo il numero di medici da formare, ma quanti riusciamo a trattenerne nel servizio pubblico. Oggi la vera emergenza è la progressiva desertificazione del Ssn: i professionisti si spostano dove trovano condizioni economiche, organizzative e professionali migliori e più compatibili con la qualità della propria vita privata”.

Ma la situazione più critica riguarda gli infermieri: l’Italia è al 23esimo posto su 31 Paesi europei dell’area Ocse, con 6,9 infermieri per 1.000 abitanti (media Ocse: 9,5). “Ma soprattutto – spiegano dalla Fondazione Gimbe – la professione non è più attrattiva e i laureati sono sempre meno: nell’anno accademico 2025-2026 il numero di domande di accesso ai corsi di laurea in infermieristica è stato addirittura inferiore a quello dei posti disponibili”.

Sicuramente la perdita di attrattività non dipende soltanto dalle retribuzioni, che rappresentano comunque un fattore rilevante: nel 2023 gli infermieri ospedalieri in Italia percepivano in media 45.434 dollari l’anno, contro 63.417 dollari della media europea, con un divario di quasi 18 mila dollari. Inoltre, dal 2013, mentre in molti Paesi le loro retribuzioni reali sono aumentate, in Italia hanno addirittura registrato una variazione negativa.

Il dato più eloquente della ridotta attrattività è il rapporto tra domande e posti disponibili nei Corsi di Laurea in Infermieristica: precipitato da 1,6 nell’anno accademico 2020-2021 a 0,9 nel 2025-2026. “Quando una professione essenziale per il Ssn non riesce più ad attrarre i giovani – commenta il presidente Gimbe –. Il problema non è dell’università, ma del Paese. Significa che stiamo spegnendo il futuro della sanità pubblica”.

La crisi attuale ha radici profonde. Nel decennio 2010-2019 sotto-finanziamento, mancata programmazione, insufficienti borse di studio per specializzazioni e medicina generale, blocco delle assunzioni, tetti di spesa sul personale e ritardi nei rinnovi contrattuali hanno progressivamente indebolito il capitale umano del Ssn. Dal 2020 in poi la pandemia ha accelerato il fenomeno, alimentando burnout, frustrazione e demotivazione, con una conseguente perdita di attrattività del servizio pubblico.

“Sono così emersi con sempre maggiore evidenza – spiega Cartabellotta – fenomeni quali pensionamenti anticipati, dimissioni volontarie, fuga verso il privato e l’estero, oltre alla mancata attrattività per numerose professioni sanitarie, varie specialità mediche e per la medicina generale”.

La cartina al tornasole di questa crisi è rappresentata dal ricorso ai gettonisti, che nel biennio 2024-2025 hanno assorbito oltre un miliardo di euro. “Paradossalmente – dice il presidente Gimbe – il Ssn perde i professionisti e poi li riacquista sul mercato a ore pagandoli molto di più: è il prezzo di una visione miope e dei tagli al capitale umano”.

Da un lato, quindi, il Ssn rimane universalistico nei princìpi, ma sempre più fragile nella capacità di garantire tempi di accesso e presa in carico con diseguaglianze sempre più marcate. Dall’altro continua a espandersi il libero mercato, sostenuto dai professionisti che lasciano il Ssn o non vi entrano affatto.

“Infatti – avverte Cartabellotta – ogni professionista che la sanità pubblica perde non sempre scompare dalla sanità: molto spesso riappare nel libero mercato dove cura solo chi può permetterselo. Così il capitale umano sottratto al pubblico alimenta il doppio binario della sanità: più si svuota il Ssn, più cresce l’offerta per chi può pagare direttamente o dispone di coperture assicurative. Un meccanismo perverso e silenzioso con cui l’universalismo arretra pur senza essere formalmente cancellato”.

Secondo la Fondazione Gimbe, per invertire la rotta serve un piano straordinario per il personale sanitario: programmazione dei fabbisogni, superamento di tutti i vincoli che limitano le assunzioni, rinnovi contrattuali adeguati al costo della vita, migliori condizioni di lavoro, valorizzazione delle competenze, riduzione della burocrazia, maggiore sicurezza nei luoghi di cura, nuovi percorsi di carriera, rilancio delle professioni sanitarie e investimenti strutturali nella formazione.

“Non basterà aumentare i posti a Medicina o moltiplicare i corsi di laurea, se il Ssn continuerà a essere un luogo da cui scappare o in cui non entrare nemmeno – conclude Cartabellotta –. Perché la sostenibilità della sanità pubblica non si misura solo dall’entità del finanziamento, ma dalla capacità di renderla il luogo in cui tutti i professionisti scelgono di entrare, crescere e restare. Senza capitale umano, il Servizio sanitario nazionale semplicemente non può esistere”.

Redazione Nurse Times

Fonte: Il Sole 24 Ore

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