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Chi si prenderà cura di chi si prende cura? Riflessioni sulla crisi del capitale umano nella sanità privata accreditata

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Sanità privata, cosa prevede il nuovo Ccnl?
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C’è una domanda che attraversa, silenziosa, i corridoi di ogni ospedale, ogni centro di riabilitazione, ogni Rsa, ogni struttura sociosanitaria del nostro Paese. Non è una domanda retorica. È una domanda di politica sanitaria, di giustizia sociale e di lungimiranza istituzionale: quale futuro stiamo costruendo per le persone che ogni giorno, con competenza e dedizione, tengono in piedi la sanità italiana?

Ho trascorso oltre 35 anni all’interno di questi sistemi. Ospedali classificati e religiosi, cliniche accreditate, centri di riabilitazione ex art. 26, strutture residenziali per anziani e persone con disabilità, servizi di salute mentale, lungodegenze, assistenza domiciliare. Ho visto cambiare normative, dirigenti, modelli organizzativi. Ma una cosa è rimasta costante: la qualità dell’assistenza è sempre dipesa, prima di tutto, dalle persone. Dai professionisti che scelgono di restare.

Una risposta necessaria, ma non sufficiente

Di fronte alla crescente carenza di infermieri e professionisti sanitari il nostro Paese ha imboccato la strada del reclutamento internazionale. È una scelta comprensibile, che merita rispetto e sostegno. Ma sarebbe un errore strategico – e umano – affrontare la carenza di personale agendo solo sul lato dell’offerta, senza interrogarsi con la stessa serietà sulle ragioni che spingono tanti professionisti italiani a lasciare il settore, a cercare opportunità all’estero, o a rinunciare a una carriera per cui si sono formati con sacrificio.

Il capitale umano è in sofferenza

La rete della sanità privata accreditata – ospedali, centri di riabilitazione, Rsa, strutture socio-sanitarie – è una componente strutturale e insostituibile del Servizio sanitario nazionale. In molte regioni, senza di essa, il sistema pubblico non reggerebbe. Eppure questa rete mostra segni evidenti di cedimento, e il peso ricade ogni giorno sulle spalle di chi lavora.

I contratti collettivi nazionali Aiop Rsa e Aris Rsa attendono il rinnovo da circa 14 anni. Quelli della sanità privata per acuti Aris e Aiop da circa 8 anni. In un contesto segnato dall’inflazione e dall’erosione progressiva del potere d’acquisto, questi numeri non sono solo dati sindacali: sono una misura del disconoscimento istituzionale nei confronti di chi ha scelto di dedicare la propria vita alla cura degli altri.

Rette ferme, tetti bloccati: un’equazione impossibile

A questa crisi contrattuale si sovrappone una frattura altrettanto grave, ma meno visibile nel dibattito pubblico. Le rette delle Rsa e delle strutture sociosanitarie sono ferme, in molte regioni, da un decennio o più. I tetti di spesa imposti dalle Regioni alle strutture accreditate bloccano la capacità di risposta ai bisogni di una popolazione sempre più anziana e non autosufficiente. Le tariffe per le prestazioni riabilitative non sono state adeguate ai costi reali del lavoro, delle utenze, dei materiali sanitari.

Il risultato è un sistema che impone standard assistenziali sempre più elevati, ma non eroga le risorse per garantirli. Che scarica sulle strutture – e indirettamente sui lavoratori – il peso di un’equazione impossibile: fare di più con sempre meno. Trattenere professionisti validi, in questo contesto, diventa una sfida quotidiana. Non per mancanza di vocazione – chi lavora in questi ambienti sa che non si tratta soltanto di un mestiere -, ma perché la sostenibilità personale di questa scelta viene messa a dura prova ogni giorno.

Un segnale che non può essere ignorato

Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fp hanno già richiesto formalmente un incontro urgente al ministro della Salute e alla Conferenza delle Regioni, annunciando che in assenza di risposte valuteranno nuove mobilitazioni, dando continuità allo sciopero nazionale del 17 aprile scorso. È un segnale che testimonia quanto la tensione nel comparto abbia raggiunto un livello che non consente ulteriori rinvii.

Eppure, proprio mentre i lavoratori attendono risposte, il decreto Lavoro ha ottenuto la fiducia alla Camera, blindando un testo che contiene una norma destinata ad aggravare ulteriormente la situazione. Un emendamento esclude la sanità privata accreditata dal meccanismo di adeguamento automatico delle retribuzioni previsto in caso di contratto scaduto da oltre nove mesi, subordinando l’adeguamento salariale alla contrattazione settoriale e svuotando di fatto la tutela economica che il provvedimento avrebbe dovuto garantire. Per i lavoratori del comparto – già segnati da anni di blocco contrattuale – si tratta di un ulteriore arretramento, difficilmente conciliabile con i principi sanciti dall’articolo 36 della Costituzione.

La risposta che attendiamo

Le Regioni sono chiamate a rivedere tetti di spesa e tariffe, riconoscendo che la sostenibilità economica delle strutture è precondizione della qualità dell’assistenza. Il ministero della Salute è chiamato a garantire che i livelli essenziali di assistenza (Lea) siano un impegno finanziario reale, coerente con i costi di erogazione. Le organizzazioni datoriali – Aiop, Aris e le realtà del privato sociale accreditato – sono chiamate a fare della valorizzazione del capitale umano una priorità strategica, non una variabile residuale.

La forza di un sistema sanitario si misura dalla capacità di non disperdere il patrimonio di competenza e umanità costruito in anni di lavoro accanto ai pazienti. Si misura dalla credibilità di una prospettiva: quella di chi, scegliendo la cura come vocazione, può contare su condizioni di lavoro degne e su un riconoscimento economico equo.

La domanda da cui siamo partiti – chi si prenderà cura, domani, di chi si prende cura di noi oggi? – non ammette rinvii. La risposta che daremo determinerà la qualità della sanità che avremo domani.

Daniele Leone
Infermiere – Coordinatore infermieristico

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