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Sanità Puglia: il deficit non è nei conti, ma nella programmazione

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Ogni volta che una sanità regionale finisce in rosso il dibattito segue sempre lo stesso copione. Si parla di soldi, di bilanci, di deficit, di tasse da aumentare. Come se il problema fosse semplicemente matematico. Entrano meno soldi di quanti ne escono: fine della discussione. Eppure la realtà è molto più scomoda.

Perché i numeri non spiegano mai le cause. Raccontano soltanto le conseguenze. I 349 milioni di disavanzo della sanità pugliese non sono il problema. Sono il conto. Un conto che arriva dopo anni di decisioni, rinvii, programmazioni sbagliate e problemi strutturali mai affrontati fino in fondo. Perché una sanità non entra in difficoltà da un giorno all’altro. Non è una grandinata improvvisa. Non è una calamità naturale. È un processo. Lento. Progressivo. Prevedibile.

Prendiamo il tema del personale. Da anni sappiamo che medici e infermieri vanno in pensione. Da anni conosciamo i dati demografici. Da anni sappiamo che la popolazione invecchia e che il bisogno di assistenza cresce. Eppure continuiamo a comportarci come se ogni carenza fosse una sorpresa. Come se ogni emergenza fosse imprevedibile. Come se il problema fosse nato ieri mattina.

Lo stesso vale per le liste d’attesa. Per la mobilità passiva. Per la fuga dei professionisti dal servizio pubblico. Per la difficoltà di rendere attrattivi alcuni ospedali e alcuni territori. Tutti fenomeni noti. Tutti studiati. Tutti prevedibili. Eppure ogni anno vengono raccontati come emergenze.

La verità è che in sanità stiamo confondendo la gestione dell’emergenza con la programmazione. E sono due cose completamente diverse. Programmare significa prevedere. L’emergenza, invece, arriva quando ciò che era prevedibile viene ignorato troppo a lungo.

È come guidare un’automobile con la spia del motore accesa per anni. All’inizio la ignori. Poi abbassi la radio. Poi aumenti il volume. Alla fine il motore si rompe. E quando si rompe non puoi dire che il problema è comparso all’improvviso. La sanità italiana sta vivendo qualcosa di molto simile.

Da anni si interviene con misure straordinarie. Piani straordinari. Assunzioni straordinarie. Recuperi straordinari. Finanziamenti straordinari. Ormai lo straordinario è diventato ordinario. E quando un sistema vive costantemente di eccezioni significa che la programmazione non sta funzionando. Per questo il vero deficit non è quello economico. Quello economico è soltanto l’ultima riga del bilancio.

Il deficit più grave è quello di visione. Perché i conti si possono aggiustare. Le tasse si possono aumentare. Le risorse si possono trovare. Ma se manca la capacità di prevedere, organizzare e costruire il futuro, il problema si ripresenterà sempre. Con cifre diverse. Con governi diversi. Con dirigenti diversi. Ma con lo stesso identico finale.

E allora la domanda che dovremmo porci non è “dove trovare i soldi per coprire il deficit?”. La domanda è molto più semplice e molto più pericolosa: se ogni anno serve un piano straordinario per salvare la sanità, siamo davvero davanti a un’emergenza? O siamo davanti a un modello che ha smesso di programmare da molto tempo?

Guido Gabriele Antonio

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