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San Bonifacio (Verona), morì dopo caduta dal letto in ospedale: famiglia si oppone alla richiesta di archiviazione

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Il 18 luglio dell’anno scorso inciampò e cadde sul marciapiede a poca distanza da casa, a Lavagno (Verona). Il signor Franco, 68 anni, soffriva di Parkinson da una decina di anni ed era in cura, quindi autosufficiente. Furono alcuni passanti a chiamare l’ambulanza, la moglie fu avvisata e lo raggiunse al Pronto soccorso dell’ospedale Fracastoro di San Bonifacio (Verona).

Quella fu l’ultima volta che lei e il figlio lo videro vivo. Lo sentirono diverse volte al telefono il giorno seguente, poiché sarebbe stato dimesso in serata, dopo essere stato visitato a Borgo Roma per una frattura allo zigomo riportata nella caduta. Poi un’altra chiamata la avvisò che il marito era agitato – lei si era offerta di prestargli assistenza continua, ma non glielo permisero – e quando, alle 14:30 del 19 luglio arrivò al Fracastoro, si trovò di fronte a una situazione di emergenza, perché suo marito “molto grave”. Era caduto dal letto e lo avevano trovato a terra, già in coma. A nulla valse il trasporto d’urgenza a Borgo Trento: non era operabile. Il 24 luglio fu dichiarata la morte cerebrale.

Questo, in sintesi, il contenuto dell’esposto presentato in Procura dalla vedova del signor Franco, in seguito al quale due persone furono iscritte nel registro degli indagati per l’ipotesi di colpa medica, non tanto “relativa alla gestione del paziente, ma alla mancata osservanza delle indicazioni ministeriali volte alla prevenzione del rischio caduta”.

Un fascicolo per il quale, però, qualche giorno fa è stata chiesta l’archiviazione, perché il pm, pur riconoscendo che l’ospedale era dotato di una apposita procedura di prevenzione e gestione delle cadute accidentali e che il personale non ha provveduto a rilevare il rischio caduta al quale il signor Franco poteva essere esposto, e pur ravvisando i profili di colpa nella mancata osservanza delle indicazioni, ha ritenuto che “gli elementi non consentono di attribuire a tale inadeguatezza la caduta da cui poi è derivata la morte”.

E’ su questo particolare che si fonda l’opposizione all’archiviazione presentata da vedova e figli del signor Franco. Oltre a chiedere l’audizione di testimoni (medici e infermieri presenti quel giorno), si dà atto che dall’istruttoria effettuata dalla Procura “è emerso che il decesso è conseguenza della caduta avvenuta nella sezione Obi del Fracastoro”. Di nessun rilievo, si legge nell’atto, “sotto il profilo della responsabilità sono le modalità di caduta del paziente”.

E premesso che il signor Franco era un soggetto a rischio caduta per età e per deficit motori, si evidenzia che si sarebbero dovute applicare le opportune misure di prevenzione, ovvero mettere a disposizione un campanello, informare il paziente che non poteva scendere dal letto autonomamente, installare le sponde al letto e consentire alla moglie di assisterlo. Perché, “secondo i protocolli e le linee guida ministeriali, era un paziente a rischio”.

Il protocollo “non lascia discrezionalità di valutazione al personale sull’opportunità di applicare le linee guida in presenza di condizioni non allarmanti”. A maggior ragione “non si può soprassedere dal predisporle qualora il paziente rientri astrattamente tra i soggetti da considerare a rischio”. Ora la vicenda sarà analizzata dal gip.

Redazione Nurse Times

Fonte: L’Arena

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