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Gli orrori della miseria e della guerra raccontati da un infermiere di Emergency: “In quei luoghi ti anestetizzi alla sofferenza”

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L’esperienza di vita, raccontata in prima persona a La Stampa, dell’infermiere valdostano Alberto Zanin.

Ad Alberto Zanin la Valle d’Aosta, sua terra d’origine, è sempre stata stretta. Dopo la laurea in Infermieristica, si trasferisce a Bologna, quindi a Torino, ma la spinta a viaggiare rimane viva. La sua strada incrocia allora quella di Emergency.

“Mi sono candidato e mi hanno preso nel giro di una notte – racconta –. In dieci giorni sono partito per la Sierra Leone“. Nell’Africa occidentale si trova a combattere con una delle peggiori epidemie di ebola: “Quando sono partito la prima volta ero molto gasato, avevo una considerazione di me molto alta a livello lavorativo, ma a distanza di anni mi sono accorto che è stata la cosa più pericolosa che abbia fatto”.

Dopo l’Africa, è stata la volta del Medio Oriente, nel Kurdistan iracheno. “Qui ho iniziato a vedere cosa significa la guerra, o almeno i suoi effetti a lungo termine”, spiega Zanin, che nel 2018 si sposterà in Afghanistan, dove rimarrà fino al 2021. Un luogo che conosce bene il conflitto, con una guerra civile mai sopita. Gli scontri tra talebani, statunitensi e innesti di attacchi dell’Isis rendevano la situazione complicata. E tra questo fuoco incrociato, Emergency sceglieva la via della neutralità.

“Ricordo questo bellissimo ragazzo, giovane, che curammo con diversi interventi – dice Zanin –. Poi lo vennero a prendere e il giorno dopo lo impiccarono in piazza”. Come si fa a non farsi sopraffare? “La sofferenza è una e impari a gestirla. Un bambino sparato non fa più tristezza di un malato oncologico che dice ‘Ti saluto ora, perché poi non so’. Ci si anestetizza anche alla sofferenza degli altri e alla tua. A Kabul mi guardavo allo specchio e cercavo di piangere, ma non ci riuscivo. Poi, quando sono arrivato in Italia, ho tolto il tappo ed è stato devastante”.

Ad agosto 2021 Alberto Zanin era ancora a Kabul. Il program coordinator era rientrato in Italia e nessuno pensava che la situazione sarebbe precipitata nel giro di qualche giorno, con l’infermiere valdostano che si è trovato a ricoprire il ruolo di medical coordinator per Emergency: “Sono rimasto anche facendo una lotta con me stesso. Sapevo che l’avrei pagata, ma volevo che rimanesse qualcuno che avesse una memoria storica del posto e che potesse continuare ad andare avanti in un certo modo. Per una settimana i talebani hanno fatto un po’ di scena, entrando anche in sala operatoria armati, ma nulla di più, grazie anche al comportamento sempre tenuto da Emergency”.

Zanin rimane a Kabul per altri tre mesi, poi una volta in Italia capisce che è arrivato il momento di fermarsi: “Avevo particolarmente paura per via dello stress post-traumatico. Camminavo sotto le gru ed ero convinto che mi cadessero addosso. Non riuscivo più ad andare in autostrada, e attraversare la strada era diventato difficilissimo”.

Col tempo e l’aiuto delle persone care, però, Zanin ha saputo ritrovare il suo equilibrio: “La scelta più difficile tra tutte è stata quella di fermarmi, di tornare a casa senza avere più gli obblighi che mi ero autoinferto. Non avevo più bisogno di vedere quanto ero figo. Quella è stata la scelta che mi ha fatto diventare grande. Quando la guerra diventa la tua zona di comfort, non stai facendo del bene a te stesso”.

Redazione Nurse Times

Fonte: La Stampa

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