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Case di comunità, arriva il Decreto Schillaci. La rabbia dei medici di famiglia: “Distrugge la nostra categoria. Meloni intervenga”

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Medici di famiglia al centro dell’assistenza territoriale, motore delle case di comunità che stanno aprendo in tutta Italia e con un contratto da dipendente, su base volontaria, con il Servizio sanitario nazionale. Questo l’obiettivo del ministro della Salute, Orazio Schillaci, che in Conferenza delle Regioni ha illustrato la bozza di decreto legge che porta il suo nome, che potrebbe arrivare entro maggio, “per dare agli italiani una sanità più efficiente e vicina ai cittadini, in particolare ai più fragili”.

Come già annunciato in passato dallo stesso Schillaci, il cuore della riforma è rendere il ruolo dei medici di base una “componente stabile del modello organizzativo” delle case di comunità. Per questi professionisti, oggi convenzionati con le Asl, si prevede la possibilità, su base volontaria, di diventare dipendenti pubblici, cioè di avere un rapporto di lavoro subordinato, come gli ospedalieri. Non si tratta di un obbligo, ma di un percorso programmato e progressivo: il testo non cancella la convenzione, anche per andare incontro alle tante rimostranze già avanzate nelle scorse settimane, ma introduce un sistema misto, che potrebbe essere in futuro sempre più esteso.

Altro capitolo di possibile scontro potrebbe essere la remunerazione. Oggi i medici sono pagati in base al numero di pazienti. In futuro dovrebbero esser remunerati in base alla partecipazione al lavoro nella rete territoriale, alla presa in carico di un certo numero di pazienti cronici e fragili.

La dura reazione della Fimmg

La riforma voluta da Schillaci dovrà però reggere l’urto della rabbia delle sigle sindacali dei medici di famiglia, che difficilmente accetteranno il cambiamento. Durissima, in particolare, la reazione della Fimmg, il principale sindacato dei medici di categoria: “Un provvedimento che distrugge il medico di famiglia. Meloni intervenga”. Secondo i professionisti, “si tratta di un provvedimento mai discusso con le categorie, inattuabile e pericoloso per i pazienti”.

E ancora: “E’ inaccettabile che una riforma di questa portata, che tocca il rapporto di cura di milioni di cittadini, venga elaborata nell’oscurità del mancato confronto istituzionale. Il decreto subordina l’accesso alla dipendenza alla specializzazione in medicina generale, ignorando che per decenni i due percorsi formativi erano incompatibili. Solo una sentenza della Corte Costituzionale ha rimosso tale incompatibilità. L’intera generazione di medici di medicina generale attualmente in attività si troverebbe così esclusa o penalizzata”.

Continua la Fimmg: “La seconda contraddizione riguarda i medici giovani. In molte regioni del Nord, la medicina generale è oggi retta da medici ancora frequentanti il corso di formazione specifica o che lo hanno appena concluso. Questi professionisti, privi del titolo di specializzazione, si troverebbero di fronte a una scelta obbligata: restare in un sistema che non offre loro prospettive di carriera strutturata, oppure abbandonare la medicina generale già dalla prossima finestra di luglio per iscriversi a una scuola di specialità. Il risultato sarebbe un abbandono di massa della medicina territoriale”.

Inoltre “il cittadino perderà il suo medico di famiglia e troverà uno sportello sanitario anonimo. È il modello del supermercato della salute: inefficiente, impersonale, incapace di gestire la complessità dei malati cronici”.

Le case di comunità

Realizzate con i fondi del Pnrr, al 31 dicembre 2025 erano 781 le case di comunità attive con almeno un servizio funzionante in Italia, a fronte di circa 1.715 strutture programmate. L’obiettivo del ministro è arrivare entro il 30 giugno 2026 alla piena operatività. Il nuovo sistema che prevede di alleggerire il carico di lavoro sugli ospedali, potenziando strutture intermedie sul territorio dove i cittadini troveranno équipe multidisciplinari che prevedono anche pediatri, infermieri, specialisti ambulatoriali, psicologi, assistenti sociali.

In Italia, secondo recenti dati della Fondazione Gimbe, mancano oltre 5.700 medici di medicina generale, e sempre più cittadini faticano a trovarne uno, soprattutto nelle regioni più popolose. Tra il 2019 e il 2024 il loro numero è diminuito di ben 5.197 unità, tanto che ognuno segue in media 1.383 assistiti, oltre il livello ottimale. Una carenza nota e dovuta anche alla scarsa attrattività di questa branca. Per questo il progetto di Schillaci punta, spiegano dal minitero, a nobilitare la medicina generale, rendendola una vera e propria specializzazione ad hoc, pagata alla stregua di altre, più “blasonate”.

Entro maggio, si apprende, è auspicato il via libera delle Regioni al testo del decreto, che aspettano di avere quello definitivo. Intanto la bozza è stata recepita in modo complessivamente positivo, al netto delle differenze politiche. Il prossimo appuntamento è calendarizzato tra una decina di giorni. Nel frattempo si attende la risposta dei sindacati di categoria, divisi sul tema, con alcuni pronti a dar battaglia. Ma come ha spiegato Schillaci ai presidenti di Regione, “non possiamo perdere un’occasione storica per l’Italia”.

Redazione Nurse Times

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