La Corte d’Appello di Messina conferma il ticket per i turni oltre sei ore: il NurSind parla di spreco di denaro pubblico.
La vicenda dei buoni pasto per il personale sanitario turnista si arricchisce di un nuovo passaggio giudiziario, con una decisione che riafferma un principio ormai noto: se il lavoratore non può sospendere davvero il servizio dopo sei ore di attività, il diritto alla mensa o al ticket sostitutivo resta valido. La cronaca giudiziaria, ancora una volta, riguarda il Papardo e riapre il tema delle tutele economiche per infermieri e altri professionisti impegnati nei reparti.
La Corte d’Appello di Messina ha ribadito che il beneficio spetta anche quando la struttura dispone di una mensa o di un “cestino notturno”, se però il personale non può allontanarsi dal posto di lavoro per una vera pausa. Il punto decisivo non è la presenza formale del servizio, ma la possibilità concreta di interrompere l’attività lavorativa.
In questo caso, la mancata pausa si traduce nel riconoscimento del diritto sostitutivo.
La decisione si inserisce in un orientamento giurisprudenziale che trova conferma anche nella Corte di Cassazione. Nell’ordinanza n. 25525/2025, la Suprema Corte ha respinto il ricorso dell’azienda sanitaria di Messina e ha confermato il diritto al buono pasto sostitutivo per i turni eccedenti le sei ore, richiamando espressamente l’interpretazione dell’articolo 29 del CCNL comparto sanità 2001 e dell’articolo 8 del decreto-legge 66/2003. Nella motivazione, la Corte ha chiarito che il diritto alla consumazione del pasto è collegato alla presenza di un intervallo non lavorato, a prescindere dal fatto che il turno sia turnista o meno.
Nel caso più recente, una infermiera messinese assistita dal NurSind e dagli avvocati Salvatore Lincoln e Francesca Ferro ha ottenuto il riconoscimento delle proprie ragioni, con una condanna a carico dell’azienda per circa mille euro. La vicenda ha rafforzato il dibattito sulla corretta applicazione del contratto e sulla necessità di evitare contenziosi ripetuti su un principio che i giudici hanno già chiarito più volte.
Il NurSind, in particolare, denuncia da tempo il peso economico di questi ricorsi.
Secondo le dichiarazioni riportate dalla stampa, il sindacato parla di oltre un milione di euro tra spese legali, soccombenze e contributi, facendo riferimento a quanto già emerso nel 2020. Per il sindacato si tratta di risorse sottratte ai servizi sanitari e ai cittadini, oltre che di una scelta organizzativa che continua a non riconoscere pienamente un diritto già affermato in più sedi giudiziarie.
Sul piano pratico, il caso Papardo conferma un tema molto sentito nel comparto: i turni in reparto, soprattutto quelli pomeridiani e notturni, possono rendere impossibile una pausa effettiva. In questa cornice, il buono pasto non è un vantaggio accessorio, ma uno strumento di equilibrio tra esigenze di servizio e tutela del benessere del personale. È un aspetto rilevante per la qualità dell’assistenza, per l’organizzazione del lavoro e per la stessa tenuta dei reparti.
La pronuncia assume quindi un valore che va oltre il singolo caso.
Da un lato rafforza la linea interpretativa favorevole ai lavoratori turnisti; dall’altro richiama le aziende sanitarie a una gestione più prudente dei contenziosi, soprattutto quando l’orientamento dei giudici appare consolidato. Nel dibattito sui diritti del personale, il nodo resta uno: riconoscere in modo uniforme ciò che la giurisprudenza ha già definito con chiarezza.
Per il NurSind, la questione non è soltanto economica ma anche organizzativa e contrattuale. I possibili sviluppi riguardano ora l’eventuale estensione pratica del principio e l’effetto che questa linea giurisprudenziale potrà avere su altre vertenze analoghe nel sistema sanitario.
Redazione NurseTimes
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