La malattia renale cronica (CKD) interessa circa il 10% della popolazione adulta ed è oggi una delle principali sfide di sanità pubblica, per il suo impatto sulla mortalità cardiovascolare, sulle ospedalizzazioni e sulla sostenibilità del sistema sanitario [1]. Nonostante questi numeri, la patologia viene ancora frequentemente diagnosticata nelle fasi avanzate, quando il danno renale è già significativo e le possibilità di intervento risultano più limitate [2]. Il tema della diagnosi precoce emerge come elemento chiave per modificare il decorso della malattia ed è al centro del confronto tra oltre 200 specialisti in occasione di Nephrovision 2026, in programma a Milano questi venerdì e sabato.
Non più solo rene: il paziente cardio-renale-metabolico al centro delle nuove strategie terapeutiche.
L’evoluzione dello scenario terapeutico rappresenta oggi uno dei principali fattori di cambiamento nella gestione della malattia renale cronica, in particolare nei pazienti con diabete, obesità e rischio cardiovascolare elevato. Il focus sul continuum cardio-renale-metabolico evidenzia come la malattia renale cronica non possa più essere considerata una patologia isolata, ma parte di un sistema integrato in cui diabete, dislipidemia, obesità e danno renale condividono meccanismi fisiopatologici e target terapeutici.
In questo contesto le diverse classi di farmaci emergono con un ruolo complementare e sempre più definito nella pratica clinica. Gli inibitori del SGLT2, inizialmente sviluppati come farmaci antidiabetici, hanno dimostrato un impatto rilevante sulla protezione renale e cardiovascolare, indipendentemente dal controllo glicemico, rappresentando oggi uno dei pilastri nella gestione del paziente con malattia renale cronica e diabete.
Accanto a questi, gli agonisti del recettore GLP-1 e i dual agonists stanno aprendo nuove prospettive nella gestione integrata di diabete, obesità e rischio cardiorenale, con effetti non solo metabolici ma anche sugli outcome cardiovascolari e, in prospettiva, renali. Un ulteriore contributo arriva dagli antagonisti non steroidei del recettore dei mineralcorticoidi (MRA), che agiscono sui meccanismi infiammatori e fibrotici alla base della progressione della malattia.
Infine, la gestione del rischio cardiovascolare passa anche attraverso il controllo della dislipidemia, con il ruolo crescente degli inibitori di PCSK9 nei pazienti ad alto rischio, inclusi quelli con malattia renale cronica.
“Oggi possiamo intervenire su più livelli del rischio cardio-renale-metabolico con terapie mirate e complementari – osserva Mario Cozzolino, professore ordinario di Nefrologia all’Università degli Studi di Milano, direttore della Struttura complessa di Nefrologia e dialisi dell’Asst Santi Paolo e Carlo e co-responsabile scientifico di Nephrovision -. La vera sfida è integrare queste opzioni in un approccio strutturato e precoce, superando la gestione per singola specialità e intervenendo lungo tutto il continuum della malattia”.
Intervenire prima per rallentare la malattia ed evitare la dialisi
La diagnosi precoce rappresenta il principale fattore in grado di modificare il decorso della malattia renale cronica. “La malattia renale cronica è una patologia ad alta prevalenza ma spesso silenziosa nelle fasi iniziali – sottolinea Cozzolino -. Molti pazienti arrivano quando il danno è già avanzato. Anticipare la diagnosi significa poter intervenire prima e in modo più efficace”.
Intervenire negli stadi iniziali consente infatti di rallentare la progressione della patologia e ritardare o evitare l’ingresso in dialisi, che rappresenta la fase più avanzata e impattante del percorso clinico. In Italia si stimano circa 45.000-50.000 pazienti in trattamento dialitico cronico [3], una condizione che comporta sedute ripetute più volte alla settimana e un impatto significativo sulla qualità di vita. Il peso è rilevante anche sul piano economico: il costo della dialisi per il Servizio sanitario nazionale è stimato tra 30.000 e 50.000 euro per paziente all’anno, per una spesa complessiva superiore ai 2 miliardi di euro annui [4]. Oltre la metà dei costi complessivi della CKD è infatti concentrata nelle fasi terminali della malattia [4].
Glomerulonefriti e malattie rare: la rivoluzione terapeutica è già iniziata
Un’attenzione particolare è rivolta alle glomerulonefriti e alle patologie rare nefrologiche, ambiti in cui la diagnosi precoce assume un ruolo ancora più determinante. Malattie come la nefropatia da IgA (IgAN) e le forme immuno-mediate possono evolvere rapidamente verso l’insufficienza renale se non riconosciute tempestivamente. In questi casi, il ritardo diagnostico si traduce spesso in una progressione più aggressiva e in un accesso anticipato alla terapia sostitutiva. Parallelamente, questo ambito sta vivendo una fase di forte accelerazione scientifica, con numerose terapie innovative mirate ai meccanismi patogenetici della malattia, già disponibili o in fase avanzata di sviluppo.
Dal punto di vista epidemiologico, la nefropatia da IgA rappresenta la forma più comune di glomerulonefrite primaria a livello globale, con una prevalenza stimata di circa 2,5 casi per 100.000 persone/anno, e una quota rilevante di pazienti (fino al 30-40%) che evolve verso la malattia renale cronica avanzata.
“Le malattie rare nefrologiche rappresentano uno degli ambiti più dinamici della disciplina – sottolinea Giuseppe Castellano, professore associato di Nefrologia all’Università degli Studi di Milano, direttore dell’Unità operativa di Nefrologia e dialisi della Fondazione Irccs Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano e co-responsabile scientifico di Nephrovision -. Oggi abbiamo nuove prospettive terapeutiche che fino a pochi anni fa non erano disponibili. Il loro impatto dipende però dalla capacità di fare diagnosi precoce e indirizzare rapidamente i pazienti verso percorsi specialistici adeguati”.
Accesso alle cure e integrazione dei percorsi
Nonostante i progressi, permangono criticità legate all’accesso alle terapie e all’organizzazione dei percorsi assistenziali, con differenze significative tra territori. “Il rischio è che l’innovazione non si traduca automaticamente in beneficio per tutti i pazienti – evidenzia Castellano -. Serve una maggiore integrazione tra ospedale e territorio e una presa in carico più precoce e continuativa”.
Intelligenza artificiale e medicina predittiva
Tra i fattori emergenti, l’intelligenza artificiale sta assumendo un ruolo sempre più rilevante nella gestione della malattia renale cronica. Le applicazioni vanno dalla stratificazione del rischio alla predizione della progressione della malattia, fino al supporto alle decisioni cliniche, con il potenziale di rendere la nefrologia sempre più predittiva e personalizzata [5]. “L’AI rappresenta una grande opportunità, ma deve essere integrata nella pratica clinica in modo concreto», sottolinea Castellano. «Il suo valore dipenderà dalla capacità di renderla uno strumento utile nella gestione quotidiana dei pazienti”.
Una disciplina in trasformazione
Il quadro che emerge è quello di una disciplina in profonda evoluzione, sempre più centrale nella gestione delle patologie croniche ad alto impatto. “Siamo in una fase di cambiamento molto importante – conclude Cozzolino -. La sfida è trasformare l’innovazione in un miglioramento reale della qualità di cura”.
Fonti
[1] KDIGO
[2] Società Italiana di Nefrologia
[3] Registro Italiano Dialisi e Trapianto
[4] Ministero della Salute / Agenas
[5] European Renal Association
Informazioni Nephrovision 2026
10-11 aprile 2026 – Hotel Nhow Milano – Via Tortona 35, 20144 Milano
Sito web: https://nephrovision.it
Redazione Nurse Times
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