“Noi curiamo i corpi e diamo loro una migliore qualità di vita. Loro curano la nostra anima”. Parola di Giampiero Campanelli, direttore dell’Hernia Center all’ospedale Galeazzi – Sant’Ambrogio e alla Madonnina, che oltre vent’anni fa ha creato la fondazione Day Surgery per organizzare missioni umanitarie in Africa. Dal 2004 ne ha realizzate 26, spesso durante le ferie dei chirurghi, come è successo lo scorso gennaio e come accadrà di nuovo a novembre. Due gli scopi: migliorare l’attività di day surgery in Itali (ovvero gli interventi chirurgici in cui il paziente viene dimesso in giornata) in Italia e portare questo tipo di chirurgia nei Paesi poveri.
La giornata tipo inizia alle 7:30 e finisce oltre 12 ore dopo. Poi, la sera, una volta tolto il camice, medici e infermieri giocano a calcio con i bambini. Nell’ultimo viaggio, realizzato in Benin, Campanelli è riuscito a coinvolgere 12 tra chirurghi, anestesisti, strumentisti, infermieri di sala operatoria e di reparto, che hanno risposto con entusiasmo al suo invito. In dieci giorni i volontari sono riusciti a portare a termine una maratona di 70 interventi.
“Sono stato contattato da padre Marius Yabi, sacerdote-medico dell’ordine religioso dei Camilliani, che si è formato a Napoli – spiega il primario al corriere della Sera -. Mi ha chiesto un aiuto per le patologie di mia competenza”. In particolare, insieme ai colleghi si è occupato di operare i pazienti con ernie della parete addominale, ma sono stati eseguiti anche interventi urologici e di chirurgia generale: “Padre Marius li ha visitati per primo. Poi, al nostro arrivo, li abbiamo ri-visitati e sottoposti all’intervento”.
La squadra di Day Surgery partita da Milano per raggiungere il Centre de santé à vocation humanitaire Saint Camille di Davougon, nel Sud del Paese, ha viaggiato per 48 ore in auto, cambiando quattro volte vettura. Nonostante il lungo viaggio, mezz’ora dopo l’arrivo erano già in corso i preparativi. Dopo due ore, il via agli interventi. “Abbiamo portato con noi 44 valigie con tutto il materiale necessario, l’80% fornito dal Galeazzi-Sant’Ambrogio – spiega ancora Campanelli -. Così siamo riusciti a garantire interventi di qualità come se fossimo stati a Milano”.
Conclude il primario: “In Benin chi era alla sua prima esperienza è impazzito di gioia. La missione arricchisce lo spirito. Si tratta comunque di una goccia nel mare, perché la lista di chi ha bisogno di essere operato è molto lunga. Molti vengono da noi in condizioni disperate”. Una spinta in più per preparare il prossimo viaggio.
Redazione Nurse Times
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