La vicenda del piccolo Domenico Caliendo ha attraversato l’opinione pubblica con la forza silenziosa delle storie che lasciano più domande che risposte. Dopo la sua morte, avvenuta al termine di un percorso clinico complesso, legato a una grave cardiopatia e a un trapianto cardiaco non andato a buon fine, sembra anche per imperdonabili errori, il dibattito si è inevitabilmente spostato anche sul piano clinico e assistenziale e su alcune scelte.
Tra le affermazioni che hanno alimentato la discussione pubblica ci sono quelle dell’avvocato della famiglia, che ha ipotizzato la possibilità di utilizzare un diverso supporto cardiocircolatorio: il Berlin Heart EXCOR, spesso definito impropriamente “cuore artificiale pediatrico”, invece dell’Ecmo utilizzata durante il ricovero.
Sono parole che nascono da un dolore enorme e da una domanda comprensibile: si sarebbe potuto fare qualcosa di diverso? Davvero il sistema Berlin heart avrebbe dato una speranza al piccolo Domenico? Che cos’è il Berlin healt? Ǫueste domande non possono essere affrontate con superficialità. Richiedono rispetto, rigore scientifico e, soprattutto, umanità.
Ecmo: quando la medicina prova a guadagnare tempo
L’Ecmo (Extracorporeal Membrane Oxygenation) è uno dei supporti più avanzati della medicina intensiva. Si tratta di un sistema di circolazione extracorporea che permette di ossigenare il sangue e mantenerlo in circolo quando cuore e polmoni non riescono più a svolgere adeguatamente la loro funzione. Attraverso cannule inserite nei grandi vasi, il sangue viene prelevato dal corpo, fatto passare in una membrana che lo ossigena e successivamente reimmesso nella circolazione del paziente.
In ambito pediatrico viene utilizzata in condizioni estremamente critiche: insufficienza cardiaca acuta, miocarditi fulminanti, shock cardiogeno, grave insufficienza respiratoria e anche nel fallimento di un trapianto cardiaco. Dal punto di vista clinico, tuttavia, l’Ecmo è generalmente un supporto temporaneo. Il suo scopo è guadagnare tempo: tempo perché il cuore possa recuperare, tempo per stabilizzare il paziente, tempo per valutare altre strategie terapeutiche.
Berlin Heart: il supporto ventricolare pediatrico
Il Berlin Heart EXCOR rappresenta invece una tecnologia differente. Non sostituisce l’ossigenazione del sangue ma supporta direttamente la funzione di pompa del cuore. Il sistema è composto da pompe pneumatiche esterne collegate al cuore tramite cannule impiantate chirurgicamente. Ǫueste pompe generano un flusso pulsatile che aiuta o sostituisce il lavoro dei ventricoli.
Il suo utilizzo principale è quello di ponte al trapianto: consente a bambini con insufficienza cardiaca avanzata di restare in condizioni relativamente stabili anche per settimane o mesi mentre si attende la disponibilità di un cuore compatibile.
Ecmo e Berlin Heart: due strumenti diversi
Nel dibattito pubblico le due tecnologie vengono spesso presentate come alternative, ma nella pratica clinica hanno funzioni differenti. L’Ecmo è frequentemente utilizzata nelle emergenze, quando il bambino arriva in condizioni di grave instabilità. Il Berlin Heart richiede invece un intervento cardiochirurgico dedicato e una valutazione multidisciplinare accurata, oltre a condizioni cliniche che permettano di affrontare l’impianto.
In Italia l’impianto del Berlin Heart nei bambini viene effettuato solo in centri cardiochirurgici pediatrici altamente specializzati, tra cui l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, l’Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze e il Policlinico San Donato in Lombardia. Si tratta di strutture con grande esperienza nella gestione dell’insufficienza cardiaca pediatrica avanzata e nei programmi di trapianto cardiaco.
Berlin Heart nel caso del piccolo Domenico?
Ǫuesta è la domanda più difficile. Stabilire se il Berlin Heart fosse realmente utilizzabile nel caso specifico richiede un’analisi completa della cartella clinica, delle condizioni del bambino e delle valutazioni effettuate dall’Heart Team.
Sono decisioni che dipendono da molte variabili: stabilità emodinamica, funzione degli altri organi, condizioni neurologiche, rischio chirurgico e presenza di eventuali complicanze. Solo l’analisi dettagliata della storia clinica potrà chiarire se quella possibilità fosse realmente percorribile.
La storia del piccolo Domenico non è soltanto una vicenda clinica complessa, né esclusivamente una questione giudiziaria. È una storia che interroga profondamente il sistema sanitario e tutti noi che ne facciamo parte.
La medicina moderna dispone di tecnologie straordinarie, di competenze altamente specializzate e di percorsi assistenziali sempre più avanzati. Eppure la sanità resta un sistema umano e, proprio per questo, non è immune dall’errore. Gli errori possono nascere da limiti organizzativi, da valutazioni difficili, da decisioni prese in contesti di estrema urgenza. Ma quando accadono non possono essere ignorati né ridotti a semplice fatalità.
Per chi lavora nella cura l’errore non è solo un evento clinico: è una responsabilità etica. Significa fermarsi, analizzare, comprendere e migliorare. Significa avere il coraggio professionale di guardare ciò che è accaduto senza difese corporative, con l’unico obiettivo di proteggere i pazienti che verranno.
Domenico era un bambino. E quando un bambino muore in un contesto di cura, la domanda che resta non è soltanto se la medicina abbia fatto tutto il possibile, ma se il sistema abbia fatto davvero tutto il giusto. Se dalle indagini emergeranno errori, non potranno essere cancellati. Ma potranno – e dovranno – diventare una lezione per la sanità intera. Perché la medicina può accettare i propri limiti, ma non può accettare di non imparare dai propri errori.
E se davvero qualcosa non ha funzionato, allora la verità non servirà solo a dare risposte: servirà a restituire dignità a una perdita che nessuna famiglia dovrebbe mai vivere. Perché quando un bambino muore mentre noi proviamo a curarlo, la domanda non è solo cosa sia accaduto. La vera domanda è se avremo il coraggio di cambiare, perché nessun altro bambino debba pagare un prezzo così alto.
Valeria Pischetola
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