Il rischio clinico non nasce nei documenti aziendali. Nasce nei corridoi, nelle stanze di degenza, nelle decisioni prese quando il turno è corto e la complessità non concede tempo. È lì che la sicurezza smette di essere teoria. Parliamo spesso di risk management come di un insieme di strumenti checklist, protocolli, segnalazioni di eventi avversi. Indispensabili, certo. Ma quando restano confinati nella dimensione formale diventano un esercizio burocratico.
La sicurezza si trasforma in adempimento, non in cultura. Chi lavora in contesti ad alta intensità assistenziale lo sa: il rischio ha un volto concreto. È il monitor che cambia improvvisamente, la comunicazione sotto pressione, il dettaglio da cogliere prima che diventi un problema. Il vero risk management non si misura dal numero di procedure scritte. Si misura dalla capacità del sistema di imparare.
In Italia il quadro normativo è solido. La Legge 24 del 2017 ha sancito un principio chiaro: la sicurezza è parte integrante del diritto alla salute. Eppure tra ciò che è previsto e ciò che accade ogni giorno esiste una distanza che chi lavora sul campo percepisce benissimo. Protocolli ben costruiti si scontrano con criticità strutturali ormai note: carenza di personale, carichi elevati, turni prolungati, differenze organizzative tra strutture. In questo scenario il rischio non è un evento raro. È una componente del sistema.
Per chi lavora al letto del paziente il risk management è esperienza quotidiana: decisioni rapide, responsabilità continue, attenzione costante ai farmaci ad alto rischio, ai passaggi di consegne in cui ogni informazione conta. Ma significa anche muoversi costantemente tra ciò che sarebbe ideale e ciò che è possibile. Non si può chiedere sicurezza senza garantire le condizioni per produrla. La sicurezza non è solo competenza individuale è il risultato di un sistema che funziona, o che fatica a farlo.
Parlare di risk management senza parlare di scelte politiche significa ignorare una parte della realtà. Il Pnrr ha portato risorse per infrastrutture e innovazione, ma il nodo più critico resta il personale. Senza un investimento strutturale sul capitale umano, ogni riforma rischia di restare incompleta. Le carenze di organico, la difficoltà nel trattenere professionisti esperti, la variabilità tra territori non sono solo problemi organizzativi sono il riflesso di priorità politiche. Chiedere sicurezza senza intervenire su questi fattori significa trasferire la responsabilità su chi lavora in prima linea.
Quando qualcosa va storto, la tentazione è cercare subito un responsabile. Ma la sicurezza non si costruisce individuando colpevoli. Si costruisce analizzando sistemi. Gli errori nascono da contesti complessi: processi fragili, carichi elevati, comunicazioni difficili. Promuovere una vera cultura della sicurezza significa creare ambienti in cui segnalare un problema sia un atto di professionalità, non un rischio personale.
Continuare a trattare la sicurezza come una questione tecnica è rassicurante, ma riduttivo. Ogni evento avverso racconta qualcosa sul sistema: quanto siamo disposti a investire, quanto sosteniamo chi lavora sul campo, quanto consideriamo la sicurezza una priorità reale e non un capitolo di manuale. Se vogliamo una sanità più sicura dobbiamo dirlo con chiarezza: non si garantisce chiedendo più attenzione, ma creando condizioni migliori. Quando diventerà una scelta concreta, organizzativa e politica, potremo parlare di un sistema che impara davvero.
Giuseppe Profilo
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