In Lombardia arriveranno 200 infermieri dall’Uzbekistan per rafforzare il Cup unico regionale. La notizia viene raccontata come una risposta pragmatica alla carenza di personale: mancano professionisti, li cerchiamo dove ci sono. Semplice, lineare, apparentemente efficace. Ma la vera domanda non è da dove arrivano. È perché qui non restano.
Se la Lombardia, una delle regioni economicamente più forti d’Italia deve guardare a migliaia di chilometri di distanza per coprire il fabbisogno, forse il problema non è la scarsità globale di infermieri. È l’attrattività locale. Perché un mercato del lavoro che funziona non importa personale per necessità strutturale: attira spontaneamente. Quando invece si deve reclutare fuori confine per rendere sostenibile l’organizzazione interna, significa che qualcosa, nel rapporto tra lavoro e riconoscimento, si è incrinato.
Non è una questione identitaria. Non è una competizione tra professionisti italiani e stranieri. È una questione di condizioni. Se il pubblico della Lombardia non riesce a trattenere chi forma, forse la priorità non dovrebbe essere ampliare il bacino geografico, ma alzare il valore del lavoro qui. Perché ogni volta che la soluzione diventa “li prendiamo altrove”, il messaggio implicito è che le condizioni non cambieranno.
C’è poi un altro aspetto che viene trattato con leggerezza, quasi come fosse secondario: l’inserimento professionale. Non basta una laurea per essere immediatamente operativi in un sistema complesso. Servono conoscenza delle procedure, della lingua, delle dinamiche organizzative, dei percorsi informatici, delle responsabilità normative. È legittimo chiedersi se l’inserimento di 200 professionisti formati in un contesto sanitario diverso avverrà con un percorso serio di affiancamento e valutazione, oppure se l’urgenza rischierà di comprimere anche questa fase.
Non è una questione di fiducia nelle competenze individuali. È una questione di sistema. Se la carenza è tale da richiedere reclutamenti internazionali, la tentazione sarà sempre quella di accelerare. Ma accelerare l’inserimento in un ambito delicato come quello sanitario può trasformare una soluzione organizzativa in un problema clinico o gestionale. Quando il personale viene inserito per coprire un vuoto numerico, il rischio è che si misuri la presenza, non l’integrazione reale.
Il punto resta lo stesso: un sistema che deve importare forza lavoro per funzionare non ha risolto la carenza, l’ha solo redistribuita. E finché le condizioni economiche e organizzative restano identiche, continuerà a cercare fuori ciò che non riesce più a rendere desiderabile dentro. La vera riforma non è trovare infermieri ovunque nel mondo. È rendere il lavoro infermieristico in Lombardia sufficientemente solido, pagato e sostenibile da non doverlo fare. Finché questo passaggio resta fuori dal dibattito, ogni nuovo arrivo sarà una soluzione temporanea a un problema strutturale.
Gabriele Antonio Guido
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