Turni sempre più pesanti, straordinari diventati normalità e un eroismo che rischia di trasformarsi in obbligo. Dove finisce il riconoscimento e dove inizia lo sfruttamento? Una riflessione amara sul mito dell’infermiere-eroe e su un sistema che continua a reggersi sulla disponibilità individuale.
C’è un momento preciso in cui l’eroismo smette di essere un complimento. È quando diventa un criterio organizzativo. Succede spesso in sanità. Succede soprattutto agli infermieri.
Turni che si allungano “solo per oggi”. Straordinari che diventano abitudine. Riposi saltati “per senso di responsabilità”. Festività lavorate “perché qualcuno deve pur farlo”. E alla fine arriva sempre la stessa etichetta: eroi.
L’eroe che non può dire di no
L’eroe vero non chiede orari. Non guarda il cartellino. Non si lamenta. Non dice “sono stanco”. L’eroe regge. Sempre.
Ed è qui che nasce il paradosso: l’eroismo, da riconoscimento morale, diventa un dovere implicito. Se sei un buon infermiere, resti. Se sei un vero professionista, copri. Se tieni ai pazienti, fai un altro turno. Dire di no non è vietato. È solo moralmente sconveniente.
Straordinari infiniti, normalità assoluta
Gli straordinari, sulla carta, sono eccezionali. Nella pratica sono strutturali. Sono la colla che tiene insieme i reparti. Il tappo sulle falle organizzative. La risposta rapida a una carenza che non è più emergenza, ma sistema.
E quando qualcuno osa chiedere “Ma è normale tutto questo?”, la risposta arriva puntuale: “È sempre stato così”. La frase più pericolosa della sanità. Perché trasforma ogni abuso in tradizione.
Riconosciuti o solo utili?
Qui il dibattito si spacca. C’è chi si sente valorizzato: “Mi chiamano perché sanno che possono contare su di me”. E c’è chi si sente consumato: “Mi chiamano perché tanto qualcuno lo trovano sempre”.
La differenza è sottile, ma decisiva. Tra essere riconosciuti ed essere utilizzati passa tutta la linea del burnout. Perché quando l’eroismo non è accompagnato da tutele, riposi, personale adeguato e riconoscimento economico, smette di essere orgoglio. Diventa sostituibilità mascherata da stima.
L’eroe che si rompe
L’eroe sanitario non cade sul campo in modo epico. Si consuma lentamente. Diventa irritabile. Stanco. Cinico. Poi si spegne. E quando finalmente molla, il sistema non si ferma. Riorganizza. Redistribuisce. Copre con altri eroi. Perché l’eroe è fondamentale, sì. Ma non è indispensabile come persona. Solo come funzione.
Conclusione
Gli infermieri non chiedono di essere meno professionali. Chiedono di essere meno mitizzati e più tutelati. Perché l’eroismo imposto non è un onore. È una strategia di sopravvivenza organizzativa.
E allora la domanda finale è inevitabile: quando ci chiamano eroi, lo fanno per riconoscere il nostro valore o per convincerci ad accettare condizioni che nessun sistema sano dovrebbe considerare normali?
Guido Gabriele Antonio
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