C’è un cambiamento silenzioso che attraversa la professione infermieristica e che raramente viene raccontato senza imbarazzo: sempre più spesso l’infermieristica non è la prima scelta. È una scelta successiva. A volte una scelta consapevole, altre una scelta necessaria. In ogni caso, non è più l’ingresso “naturale” che si immaginava anni fa. E questo, di per sé, non è né un bene né un male. Dipende da come lo si guarda.
Da un lato, l’ingresso di persone più mature porta con sé elementi positivi. Chi arriva dopo altre esperienze lavorative tende ad avere maggiore consapevolezza, una visione meno idealizzata del lavoro, aspettative più concrete. Non entra per eroismo, ma per progetto di vita. Non cerca una missione totalizzante, ma un equilibrio possibile. Questo può essere una risorsa enorme per un sistema che ha bisogno di professionalità solide, non di martiri.
Ma dall’altro lato, questa dinamica racconta anche una fragilità strutturale. Una professione che diventa attrattiva soprattutto dopo altre delusioni rischia di essere percepita non come desiderabile, ma come disponibile. Una sorta di ultima opzione “sensata” in un mercato del lavoro che promette molto e mantiene poco. La satira qui è sottile, ma inevitabile: l’infermieristica rischia di diventare il posto dove si arriva quando si smette di credere alle favole.
C’è poi un elemento spesso sottovalutato. Chi entra più tardi non ha il lusso del tempo. Non può permettersi di “tenere duro” per anni in attesa che qualcosa migliori. Non accetta facilmente condizioni che vengono giustificate come temporanee, formative, inevitabili. Vuole capire subito se quel lavoro regge non solo professionalmente, ma umanamente. E questo mette il sistema sotto pressione. Perché una professione che vive ancora molto di adattamento e resistenza fatica a reggere lo sguardo di chi non è disposto a sacrificarsi indefinitamente.
In questo senso l’infermieristica come seconda scelta è una grande opportunità solo se il sistema è pronto a cambiare passo. Altrimenti diventa una fragilità accelerata: persone che entrano motivate, ma che escono presto, perché scoprono che la stabilità promessa non è reale. La domanda, allora, non è se sia giusto o sbagliato arrivare tardi alla professione. La vera domanda è se la professione sia pronta ad accogliere persone che non vogliono più “resistere”, ma semplicemente lavorare bene e vivere dignitosamente.
Guido Gabriele Antonio
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