Il fatto che il paziente sia in una condizione di vulnerabilità rispetto al professionista sanitario non significa che chi lavora in ospedale debba accettare qualsiasi comportamento.
Durante i percorsi di formazione ci insegnano che la relazione di cura è asimmetrica: il paziente è fragile, impaurito, spesso in difficoltà, e il nostro compito è accoglierlo con empatia e professionalità.
Questo non giustifica la mancanza di rispetto, le pretese irragionevoli o, peggio, le aggressioni.
Troppo spesso si confonde il diritto alla salute con un diritto a trattare male chi la garantisce.
La frustrazione, la paura ed il dolore non possono diventare un alibi per insultare, minacciare o aggredire chi sta cercando di aiutare.
Sono arrivata a capirlo dopo un percorso di crescita sia personale che professionale.
Quando si entra nel mondo del lavoro e si intraprende una relazione di cura, spesso, si tende a subire: il senso di responsabilità e la pressione del contesto fanno sì che si accetti anche ciò che non si dovrebbe.
Le aggressioni verbali, le pretese fuori luogo, il mancato rispetto vengono spesso tollerati perché ci si sente impotenti di fronte alla sofferenza altrui.
Con il tempo, e con una maggiore consapevolezza di sé e del proprio ruolo, si impara a tracciare un confine.
Il rispetto per il paziente non significa assecondare tutto, né tantomeno permettere che il proprio lavoro venga svilito.
Redarguire quando serve non è una mancanza di empatia, ma un atto di rispetto reciproco: per se stessi, per la professione e persino per il paziente, che deve capire che la sanità non è un’arena dove sfogare frustrazioni, ma un luogo di cura, che funziona solo se entrambe le parti si ascoltano con rispetto.
Empatia non significa subire. Ascoltare non significa assecondare.
Martina Benedetti
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