Ammonterebbero almeno a 910 i colpi esplosi dall’esercito israeliano contro un convoglio umanitario di Gaza lo scorso anno. Nell’occasione rimasero uccisi 15 operatori in seguito a “un’imboscata coordinata”. Lo rivela l’inchiesta degli organismi indipendenti Forensic Architecture e Earshot, a partire dalle registrazioni audio e video rinvenute sui cellulari delle vittime.
La vicenda riguarda l’attacco al convoglio di cinque ambulanze della Mezzaluna Rossa palestinese, un camion dei pompieri della Protezione Civile palestinese e un veicolo dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (Unrwa) che, mentre si dirigeva a soccorrere alcuni civili all’alba del 23 marzo 2025, fu assaltato da soldati dell’esercito israeliano a Tal as-Sultan, un quartiere a ovest di Rafah.
Nell’attacco morirono 15 persone, tra cui paramedici, medici, vigili del fuoco e un membro dell’Onu. La vicenda ebbe grande risonanza mediatica, anche a livello internazionale, amplificata dal ritrovamento, qualche giorno dopo, di una fossa comune in cui erano stati sepolti i soccorritori insieme ai veicoli su cui stavano viaggiando. Questo permise di constatare che sia gli indumenti degli operatori sia i loro mezzi di trasporto riportavano chiaramente i loghi delle organizzazioni a cui avevano dichiarato di appartenere.
Inoltre la fossa comune restituì anche alcuni smartphone delle vittime: l’esame forense di video e audio compiuto da Forensic Architecture e Earshot oggi permette ai due organismi di affermare che quel giorno si trattò di “un’imboscata coordinata”, smentendo la tesi fornita dall’esercito israeliano secondo cui i veicoli avrebbero viaggiato in maniera “scoordinata” e “senza loghi”, facendo sorgere il sospetto che si trattasse di combattenti di Hamas. Succesivamente Israele rivendicò l’uccisione di un leader di Hamas e di altri otto combattenti, giustificando la strage con un “errore professionale” di valutazione. La Croce Rossa Internazionale smentì con forza la presenza di miliziani sul luogo, fornendo l’identità dei soccorritori uccisi.
L’analisi dei filmati, uno dei quali dura cinque minuti e fu avviato all’inizio dell’assalto, proverebbe inoltre l’assenza di fuoco di risposta – quindi di miliziani di Hamas – sul luogo dell’attacco e che i sopravvissuti sarebbero stati eliminati tramite esecuzioni a sangue freddo. L’accurata analisi dell’audio ha permesso di determinare che gli operatori si trovavano sulla linea diretta del fuoco, mentre l’intensità e la cadenza dei colpi rivelerebbe che “cinque tiratori, probabilmente molti di più, stavano sparando simultaneamente da un banco di sabbia elevato a circa 40 metri di distanza”.
L’attacco è proseguito per due ore, dalle 5 alle 7 circa del mattino. Sempre grazie all’analisi del suono e dell’eco dei colpi che si ascoltano in altri audio, è stato possibile ricostruire i movimenti dei soldati, che si sarebbero gradualmente avvicinati fino a raggiugnere i veicoli a partire da un luogo elevato. Questo confermerebbe anche la testimonianza di uno dei due sopravvissuti alla strage, Assaad al-Nassasra, paramedico della Mazzaluna Rossa, secondo cui i militari “camminavano tra [gli operatori umanitari] e sparavano”. L’uomo si salvò perché gridò in ebraico di essere israeliano, essendo la madre una cittadina israeliana. Lui e l’altro sopravvissuto furono poi arrestati e portati via. Una volta rilasciati, denunciarono di aver subito violenze.
Infine, la ricostruzione della scena ha permesso agli esperti balistici di constatare che alcuni colpi mancherebbero del “crack supersonico” del proiettile, e che è udibile solo il fragore dell’esplosione. Questo, spiega il rapporto, accade quando il tiratore spara da una distanza compresa tra uno e quattro metri dalla vittima. Ciò confermerebbe anche la tesi delle “esecuzioni a sangue freddo”. Il report conclude che quel giorno “non si è verificato alcuno scontro a fuoco nella zona, né vi è stata alcuna minaccia tangibile alla sicurezza dei soldati. Questi attacchi non sono avvenuti in ‘una zona di combattimento ostile e pericolosa’, come affermato dai portavoce israeliani”.
Il 31 marzo il coordinatore degli aiuti d’emergenza delle Nazioni Unite (Ocha), Tom Fletcher, ha invocato “giustizia e verità” sulla strage dei paramedici, ricordando che secondo il diritto internazionale è sempre vietato aprire il fuoco contro obiettivi umanitari. Il personale di Onu, Croce Rossa e Mezzaluna Rossa ha avuto accesso al sito solo cinque giorno dopo.
Redazione Nurse Times
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