Più risorse per stipendi, personale, farmaci e innovazione e superamento dei tetti di spesa: la proposta regionale per la Manovra 2027 contiene richieste necessarie. Ma il finanziamento diventa politica sanitaria solo quando indica chi assumere, dove impiegarlo e quali risultati produrre.
La sanità italiana ha finalmente trovato i miliardi. Per il momento li ha trovati in una richiesta, che è il luogo nel quale il denaro pubblico risulta tradizionalmente più abbondante.
Le Regioni chiedono per il 2027 circa 6,8 miliardi aggiuntivi e poco più di 18 miliardi nel triennio. La proposta comprende 1,7 miliardi per migliorare le retribuzioni di medici e infermieri, 3,48 miliardi per compensare l’aumento dei costi e 1,5 miliardi per un fondo destinato all’innovazione terapeutica. Sul tavolo compare anche il superamento dei vincoli di spesa sul personale.
Le richieste sono comprensibili. Il Servizio sanitario nazionale affronta carenze professionali, rinnovi contrattuali, inflazione sanitaria, aumento dei costi tecnologici, invecchiamento della popolazione e nuovi bisogni assistenziali.
Il problema non è chiedere più risorse. Il problema è continuare a discutere del “quanto” senza chiarire abbastanza il “come”. Un miliardo e settecento milioni per gli stipendi. Di chi, quanto e quando? La proposta regionale destina 1,7 miliardi all’aumento delle retribuzioni di medici e infermieri.
È un’indicazione importante, ma ancora insufficiente per parlare di valorizzazione. Bisogna capire come verranno distribuite le risorse, quali componenti della retribuzione saranno interessate, se gli incrementi saranno strutturali, quali professionisti ne beneficeranno e quale rapporto avranno con i rinnovi contrattuali già previsti. Soprattutto, occorre evitare che una somma complessiva venga trasformata in centinaia di euro immaginari sul cedolino di ogni dipendente.
La comunicazione politica possiede una capacità sorprendente: divide i miliardi per il numero dei lavoratori soltanto quando deve annunciare gli aumenti. Quando arriva il pagamento reale, ricompaiono improvvisamente fondi, decorrenze, fiscalità, criteri e contrattazione integrativa.
Se l’obiettivo è rendere nuovamente attrattivo il lavoro nel SSN, gli incrementi devono essere stabili, leggibili e confrontabili con responsabilità, costo della vita e alternative offerte dal mercato. Altrimenti cambierà il titolo della Manovra, non la decisione del professionista che presenta le dimissioni.
Via i tetti al personale, ma non via la programmazione
Le Regioni chiedono anche il superamento dei vincoli di spesa sul personale. È probabilmente il punto più rilevante. Per anni le aziende sanitarie hanno dovuto progettare nuovi servizi dentro limiti costruiti su una sanità precedente al Pnrr, al Dm 77 e alla crescente crisi delle professioni sanitarie. Si sono aperte case della comunità, centrali operative territoriali e ospedali di comunità mentre i piani del personale continuavano a essere trattati come un allegato finanziario.
Togliere i tetti, tuttavia, non basta. Una maggiore libertà di spesa può consentire assunzioni necessarie, ma può anche alimentare decisioni frammentate, interventi emergenziali e distribuzioni non coerenti con i bisogni. Occorrono piani triennali fondati su volumi di attività, complessità assistenziale, standard di personale, pensionamenti, dimissioni volontarie e competenze richieste. Servono inoltre tempi di reclutamento compatibili con l’apertura dei servizi.
Un’autorizzazione ad assumere non è ancora un’assunzione. Un’assunzione non è ancora un professionista operativo. E un professionista assunto senza una precisa destinazione organizzativa rischia di diventare la toppa più recente applicata al turno più scoperto.
Prima gli edifici, poi il personale, infine il paziente
Il Pnrr ha finanziato soprattutto strutture, tecnologie e trasformazioni organizzative. Ora emerge con maggiore chiarezza ciò che era prevedibile: gli edifici possono essere finanziati una volta, il personale deve essere pagato ogni anno.
Le case della comunità non funzionano grazie alla targa esterna. Hanno bisogno di infermieri di famiglia e di comunità, medici, assistenti sociali, psicologi, professionisti della riabilitazione, personale amministrativo e middle management.
La telemedicina non elimina il lavoro assistenziale. Richiede professionisti capaci di selezionare i pazienti, monitorare dati, intercettare segnali di allarme e integrare le informazioni nei percorsi di cura.
L’innovazione non sostituisce l’organizzazione. La rende ancora più necessaria. Se le nuove risorse verranno distribuite senza associare a ogni finanziamento personale, processi e indicatori, il rischio è costruire una sanità territorialmente moderna e operativamente part-time.
Più soldi oppure più salute?
La discussione sulla Manovra non dovrebbe fermarsi alla quantità delle risorse.
Per ogni stanziamento occorrerebbe indicare almeno:
- quanti professionisti saranno assunti;
- quali profili e competenze servono;
- in quali servizi saranno impiegati;
- entro quale data dovranno entrare in servizio;
- quali prestazioni aggiuntive, esternalizzazioni o carenze dovranno ridurre;
- quali risultati saranno misurati per cittadini e operatori.
Senza questi elementi, la politica potrà annunciare più finanziamenti e le Regioni potranno presentare piani più ambiziosi. Nei reparti, però, il coordinatore continuerà a cercare qualcuno per coprire il turno.
La sanità ha certamente bisogno di più risorse. Ma ha bisogno anche di amministrazioni capaci di trasformarle in personale stabile, servizi accessibili e risultati verificabili.
Perché spendere di più può essere necessario.
Sapere perché, dove e con quali effetti dovrebbe essere obbligatorio. Altrimenti i miliardi entreranno nella Manovra. I professionisti, come sempre, dovranno ancora trovare il modo di entrare nel turno.
Guido Gabriele Antonio
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