Il Governo rivendica Piano nazionale e nuove risorse. Il banco di prova, però, saranno professionisti assunti, assistenza territoriale, tempi di accesso e riduzione delle disuguaglianze regionali.
La salute mentale è tornata una priorità. La notizia è positiva, anche perché per molti anni il problema non è stato soltanto la scarsità delle risposte: è stata l’assenza stessa della questione dall’agenda politica nazionale.
Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha richiamato il nuovo Piano di azione nazionale per la salute mentale 2025-2030, le risorse dedicate e gli strumenti in preparazione sulla prevenzione del suicidio e sulla depressione. Questa volta, dunque, non siamo davanti a una dichiarazione completamente priva di supporto: esistono un Piano, un accordo istituzionale e finanziamenti individuati.
Il punto, tuttavia, è un altro. Un finanziamento è una condizione necessaria, non una prestazione erogata. Un Piano è una cornice, non un servizio aperto. E una priorità politica si misura quando un cittadino riesce effettivamente a ottenere assistenza senza peregrinare tra medico di famiglia, pronto soccorso, centro di salute mentale e servizi sociali.
I dati del ministero aiutano a definire le dimensioni della sfida. Nel 2024 le strutture specialistiche hanno assistito 845.516 persone e prodotto più di dieci milioni di prestazioni territoriali. Gli infermieri rappresentano il 44,1% degli operatori coinvolti, ma gli interventi domiciliari si fermano all’8,3%.
È qui che la parola “territorio” smette di essere uno slogan. Se l’assistenza continua a essere prevalentemente legata alla sede del servizio, mentre la domiciliarità resta marginale, diventa difficile intercettare le persone che abbandonano le cure, sostenere le famiglie e prevenire le crisi che finiscono nei pronto soccorso.
La salute mentale richiede équipe vere: psichiatri, infermieri, psicologi, educatori, tecnici della riabilitazione psichiatrica, assistenti sociali e medici di medicina generale. Non una sommatoria formale di professionisti, ma responsabilità definite, presenza continuativa e capacità di lavorare tra domicilio, comunità, scuola e servizi sociali.
In questa architettura l’infermiere non può essere considerato soltanto l’esecutore della terapia. È spesso il professionista che garantisce continuità, osserva precocemente i cambiamenti clinici, sostiene l’aderenza, mantiene il rapporto con la famiglia e collega la persona alla rete territoriale. Se quasi metà degli operatori coinvolti nelle attività rilevate è costituita da infermieri, il loro ruolo deve trovare riconoscimento anche nell’organizzazione, nella formazione specialistica e nelle responsabilità professionali.
Il vero passaggio da verificare riguarda quindi le assunzioni. Il Piano prevede 30 milioni di euro annui destinati al personale. Ma occorrerà capire quanti professionisti saranno effettivamente reclutati, con quali profili, in quali regioni e soprattutto con quale incremento netto degli organici. Assumere per sostituire pensionamenti e dimissioni non significa necessariamente rafforzare i servizi.
Servono pochi indicatori, pubblici e comprensibili: dotazione di personale per Dipartimento di salute mentale; tempi tra richiesta e prima valutazione; apertura giornaliera dei servizi; interventi domiciliari; continuità tra neuropsichiatria infantile e servizi per adulti; accessi impropri al pronto soccorso; presa in carico successiva alle dimissioni; differenze territoriali nell’impiego delle risorse.
Senza questa trasparenza, ogni Regione potrà dichiarare di avere attuato il Piano semplicemente adottando una delibera. Ed è una vecchia specialità amministrativa italiana: confondere l’atto che autorizza il servizio con il servizio che funziona.
Il nuovo indirizzo va quindi riconosciuto, ma anche sorvegliato. La salute mentale non ha bisogno di un’altra stagione di annunci corretti e applicazioni intermittenti. Ha bisogno di personale stabile, équipe territoriali, domiciliarità, integrazione con scuola e servizi sociali e risultati verificabili.
Il Piano può rappresentare un cambio di passo. Ma il cambio di passo non si proclama: si misura nei servizi, negli organici e nella vita delle persone.
Guido Gabriele Antonio
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