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Quando i numeri rassicurano, ma la realtà resta inquieta

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C’è una grande tentazione nella sanità contemporanea: affidarsi ai numeri per raccontare che va tutto sommato bene. I numeri sono ordinati, neutri, difendibili. Permettono di dire che il sistema non sta collassando. E in effetti, spesso, è vero.

Ma un sistema che non collassa non è necessariamente un sistema che funziona. L’ottimismo dei numeri è una narrazione potente perché evita le domande più difficili. Se le curve salgono, non serve chiedersi troppo cosa succede sotto. Se gli indicatori tengono, si può rimandare la riflessione sulla qualità della vita lavorativa, sulla sostenibilità, sul futuro.

Il problema è che la sanità non è fatta solo di flussi, ma di continuità. E la continuità non si misura facilmente. Si costruisce nel tempo, con persone che restano, crescono, trasmettono competenze, fanno squadra. Quando questo viene meno, i numeri possono anche restare buoni, ma il sistema si svuota dall’interno.

La satira qui è sottile, quasi triste: possiamo dire che tutto regge finché qualcuno regge al posto del sistema. Possiamo continuare a rassicurarci finché c’è chi compensa con il proprio equilibrio ciò che manca a livello organizzativo. Ma questa non è una strategia. È una sospensione del problema.

Forse, allora, più che festeggiare i numeri, dovremmo chiederci cosa non stanno dicendo. Perché se crescono gli ingressi ma non la stabilità, se aumentano le iscrizioni ma non la permanenza, se il sistema tiene solo perché qualcuno stringe i denti, allora l’ottimismo diventa una forma elegante di rimozione. E la sanità, prima o poi, presenta il conto. Non nei grafici, ma nei reparti.

Guido Gabriele Antonio

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