Sentenze per cinque imputati dopo l’indagine sul reclutamento di operatrici senza abilitazione. Il filone napoletano ricostruisce la vendita di certificati falsi e possibili truffe.
Una sentenza di primo grado ha chiuso il procedimento relativo alle cosiddette “oss farlocche” impiegate in una casa di riposo del Finalese: le operatrici, la direttrice della struttura e i presunti procacciatori dei falsi attestati sono stati condannati per esercizio abusivo della professione infermieristica e reati connessi alla produzione e acquisizione di certificati falsi. Questa vicenda tocca temi cruciali per la sanità locale e nazionale: qualità dell’assistenza, sicurezza dei pazienti e diffusione di attestati irregolari.
I fatti principali
Secondo quanto ricostruito dall’indagine coordinata dal sostituto procuratore Elisa Milocco, alcune donne – in prevalenza straniere – erano state assunte nella struttura per anziani con attestati che dichiaravano la loro qualifica di operatore socio-sanitario (oss), pur non avendo superato i previsti corsi di formazione e gli esami abilitanti. Le imputate avrebbero somministrato anche farmaci ai pazienti, attività riservata a personale con specifica abilitazione e competenze. La vicenda ha portato a condanne che, nel dettaglio, prevedono pene differenti per la direttrice, per i soggetti che fornivano i certificati e per le operatrici coinvolte.
Le condanne e il collegamento con Napoli
Il processo ha inflitto un anno e quattro mesi alla direttrice amministrativa della casa di riposo, due anni e due mesi all’uomo che, secondo l’accusa, procurava i certificati falsi per oss a Napoli, un anno e due mesi alla sorella di costui, che riceveva i pagamenti, e pene minori alle operatrici accusate di esercizio abusivo della professione. L’indagine savonese si è intrecciata con un filone campano che avrebbe coinvolto una rete di soggetti dediti alla produzione e alla vendita di attestati irregolari, e in alcuni casi a ipotesi di truffa ai danni di aspiranti oss.
Contesto nazionale: un fenomeno diffuso
Il caso si inserisce in un quadro più ampio di cronaca italiana su attestati falsi per oss e altre figure sanitarie. Segnalazioni e sequestri di centinaia di attestati falsificati sono emersi negli ultimi anni, con associazioni del settore e forze dell’ordine che chiedono interventi per garantire la qualità dell’assistenza e la tracciabilità della formazione. Organizzazioni come il Migep hanno più volte denunciato il fenomeno e sollecitato Regioni e ministero a misure più stringenti nella vigilanza degli enti formatori.
Implicazioni per la sicurezza dei pazienti e per le strutture
L’impiego di personale non abilitato comporta rischi concreti per la salute degli ospiti: dalla somministrazione scorretta di terapie alla gestione inappropriata di procedure assistenziali. Le strutture residenziali per anziani devono garantire controlli rigorosi sulle certificazioni del personale e procedure di verifica dei titoli al momento dell’assunzione. Allo stesso tempo le procure e le forze dell’ordine continuano attività investigative su reti che producono e commercializzano attestati falsi.
Cosa dicono le fonti ufficiali
La ricostruzione giornalistica rimanda alle risultanze investigative coordinate dalla Procura (indicata dalla stampa locale) e alle operazioni dei reparti specializzati dei carabinieri e del Nas nelle inchieste analoghe su scala nazionale. Le condanne di primo grado sono riportate da testate locali che seguono il procedimento penale. Per il quadro nazionale si segnalano comunicati e inchieste che hanno portato a sequestri di attestati e a numerose indagini in diverse province.
Redazione Nurse Times
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