Ogni epoca ha la sua parola magica. Negli anni Novanta era “aziendalizzazione”. Poi è arrivata la “spending review”. Poi ancora il “Pnrr”. Oggi la parola magica sembra essere un’altra: reclutamento. Mancano medici? Reclutiamoli. Mancano infermieri? Reclutiamoli. Manca personale? Cerchiamolo altrove.
L’ultima notizia parla dell’arrivo di infermieri dall’India per sostenere un Servizio sanitario nazionale sempre più in difficoltà. La discussione si è immediatamente divisa tra favorevoli e contrari. Tra chi vede una risorsa e chi invece grida all’invasione professionale. Ma forse stiamo guardando il dito e non la luna. Perché il tema non sono gli infermieri indiani. Il tema è che l’Italia sembra aver perso la capacità di risolvere i propri problemi e si limita ormai a spostarli. È una differenza enorme.
Se una famiglia non riesce ad arrivare a fine mese, può cercare un prestito. È una soluzione temporanea. Ma se dopo dieci anni continua a chiedere prestiti, il problema non è più il conto corrente. Il problema è il modello con cui quella famiglia vive. Ecco, la sanità italiana assomiglia sempre più a quella famiglia.
Da anni sappiamo che gli infermieri diminuiscono. Da anni sappiamo che le iscrizioni universitarie non bastano. Da anni sappiamo che migliaia di professionisti lasciano il pubblico. Da anni sappiamo che l’invecchiamento della popolazione farà aumentare il bisogno di assistenza.
Non è una sorpresa. Non è un’emergenza. È una previsione che conosciamo da almeno vent’anni. Eppure ogni volta che il problema arriva sul tavolo si cerca una soluzione emergenziale. Una toppa. Un rattoppo. Una deroga. Una procedura accelerata. Un accordo internazionale. Come se fossimo sempre all’ultimo minuto. La verità è che il reclutamento dall’estero non è una strategia sanitaria. È la certificazione di una sconfitta programmatoria.
Perché uno Stato dovrebbe arrivare a cercare infermieri a migliaia di chilometri di distanza quando continua a formare professionisti che poi decidono di non lavorare nel proprio sistema sanitario? È questa la domanda che continua a mancare nel dibattito. Non quanti infermieri arriveranno. Ma perché servono.
Perché il rischio è culturale prima ancora che organizzativo. Stiamo lentamente normalizzando l’idea che qualsiasi problema possa essere risolto cercando qualcuno disposto a fare ciò che chi è già dentro non vuole più fare. Non ci chiediamo perché non lo vuole fare. Non ci chiediamo cosa sia cambiato. Non ci chiediamo cosa abbia trasformato una professione desiderata in una professione dalla quale sempre più persone cercano di allontanarsi. Ci limitiamo a sostituire.
Come se il problema fosse la persona e non il contesto. È lo stesso ragionamento che vediamo nei reparti. Se manca personale si redistribuisce il lavoro. Se manca personale, si aumenta il carico. Se manca personale, si chiede un sacrificio. Se manca personale, si trova una scorciatoia. Mai una volta che ci si chieda perché quel personale manca. Ed è forse questa la vera malattia della sanità italiana. Non la carenza di infermieri, ma la perdita della capacità di affrontare le cause invece delle conseguenze.
Per questo gli infermieri indiani non sono il problema. Sono il sintomo. Il sintomo di un sistema che da troppo tempo confonde la ricerca di personale con la ricerca di soluzioni. E quando un sistema smette di cercare soluzioni, prima o poi finisce per importare anche i problemi.
Guido Gabriele Antonio
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