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Mobilità sanitaria passiva: il piano c’è, ma il problema resta

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Mobilità sanitaria, Gimbe: "Nelle Marche -38 milioni di euro"
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In Puglia si parla di un piano per fermare la mobilità sanitaria passiva, perché i cittadini continuano a curarsi fuori regione e questo pesa sui conti. Il tema viene presentato come una priorità: ridurre le uscite, trattenere i pazienti, riportare equilibrio nel sistema. Tutto legittimo. Tutto anche condivisibile, almeno in teoria. Ma c’è una domanda che resta sullo sfondo e che continua a non trovare risposta: perché le persone scelgono di andare via?

Nessuno lascia la propria regione per capriccio. Nessuno affronta viaggi, spostamenti, disagi logistici e familiari, se ha fiducia in ciò che trova vicino. Si parte quando si percepisce che altrove ci sia qualcosa in più. Non necessariamente la perfezione, ma una maggiore affidabilità, tempi più certi, una sensazione di maggiore sicurezza. È una scelta che nasce dalla necessità, non da una preferenza.

E allora il punto cambia completamente prospettiva. La mobilità passiva non è il problema. È il risultato di un problema più profondo. È il segnale di un sistema che, negli anni, non è riuscito a evolversi quanto avrebbe dovuto. Strutture che invecchiano, organizzazioni che restano ancorate a modelli superati, innovazioni che arrivano lentamente o non arrivano affatto. Nel frattempo, altrove, si investe, si aggiorna, si costruisce un’offerta più attrattiva.

Il cittadino non fa analisi politiche. Non valuta piani strategici. Semplicemente sceglie dove pensa di essere curato meglio. E quando quella scelta cade fuori regione, significa che qualcosa, nel sistema di partenza, non sta funzionando come dovrebbe.

E qui si innesta il paradosso. Si costruiscono piani per ridurre la mobilità, senza affrontare fino in fondo le cause che la generano. Si prova a trattenere la domanda, senza rafforzare davvero l’offerta. Si interviene sugli effetti, lasciando intatte le dinamiche che li producono.

Un piano può esistere, certo. Può anche essere ben strutturato, tecnicamente corretto, finanziariamente sostenibile. Ma non basta. Perché la fiducia non si costruisce con i documenti. Si costruisce nel tempo, con risultati concreti. Con servizi che funzionano, con tempi che si riducono, con un sistema che dà risposte senza costringere a cercarle altrove.

E allora la questione non è fermare chi parte. È evitare che abbia motivo di farlo. Perché nessuno sceglie di andare via, se percepisce che ciò che ha vicino è all’altezza delle proprie esigenze. La vera sfida non è contenere il costo della mobilità sanitaria. È renderla inutile. Ma per farlo serve qualcosa di più di un piano.

Serve cambiare il sistema. E fino a quando questo passaggio non sarà affrontato davvero, ogni intervento rischierà di inseguire il problema, senza mai riuscire a risolverlo.

Guido Gabriele Antonio

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