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Medici di famiglia, avanti con la riforma: almeno 6 ore a settimana nelle case di comunità e apertura alla dipendenza

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Case di comunità e medici di base sono al centro della bozza di decreto-legge riguardante il riordino dell’assistenza primaria territoriale (vedi il testo allegato), su cui si sono di recente confrontati ministero della Salute, Regioni e organizzazioni sindacali. L’obiettivo della riforma, voluta dal ministro della Salute, Orazio Schillaci, è evitare che le nuove strutture finanziate dal Pnrr restino senza personale. Anche perché la scadenza è ravvicinata: entro l’estate dovranno essere attive oltre mille strutture in tutta Italia.

Per questo si è pensato a una riorganizzazione profonda del lavoro svolto da medici di medicina generale e pediatri di libera scelta, che dovranno dedicare una quota minima di sei ore, per 48 settimane l’anno, all’attività nelle case di comunità. Inoltre si introduce un sistema a doppio binario: da una parte resterà il modello tradizionale della convenzione con il Servizio sanitario nazionale, ma con regole aggiornate; dall’altra sarà introdotta la possibilità, su base volontaria, di diventare dipendenti pubblici.

Nel nuovo assetto i medici convenzionati non saranno più remunerati solo in base al numero di assistiti. Il compenso sarà infatti legato anche a obiettivi specifici, come la presa in carico dei pazienti cronici o le ore di servizio svolte nelle case di comunità. E poi ogni medico dovrà utilizzare sistemi digitali condivisi e partecipare a verifiche sulla qualità delle prestazioni.

Tornando alla presenza strutturata nelle nuove case di comunità, il decreto non si limita a fissare una soglia minima, ma prevede pure che la programmazione regionale possa aumentare il monte ore in base al numero di assistiti, alle carenze territoriali, alla densità abitativa, alle aree interne e montane, ai livelli di cronicità e fragilità della popolazione. Ciò significa che in alcune realtà particolarmente carenti il debito orario potrebbe diventare molto più ampio.

Riassumendo, secondo l’impianto della riforma:

  • i medici di famiglia dovranno lavorare in integrazione con infermieri, specialisti e servizi sociali;
  • saranno introdotti sistemi informativi interoperabili;
  • saranno potenziati telemedicina e presa in carico dei pazienti cronici;
  • aumenteranno monitoraggi, audit e verifiche organizzative.

Per la pediatria di libera scelta, poi, il decreto fissa l’iscrizione dalla nascita fino al compimento del 16esimo anno di età, salvo indisponibilità dei pediatri, con possibilità per le Regioni di elevare il limite a 18 anni. È prevista anche la definizione di una tariffa unica nazionale per tutti gli assistiti, articolata secondo le nuove componenti remunerative indicate dalla bozza.

Infine il testo istituisce la scuola di specializzazione in Medicina territoriale, di comunità e delle cure primarie, “quale percorso universitario specialistico finalizzato alla formazione dei medici destinati all’assistenza primaria territoriale”. Ma in attesa della nuova scuola può diventare medico di famiglia dipendente anche chi ha la specializzazione in: Medicina di comunità e cure primarie; Medicina interna; Geriatria; Pneumologia; Medicina metabolica e diabetologia; Cardiologia; Medicina di emergenza-urgenza; Nefrologia; Reumatologia; Endocrinologia e malattie del ricambio; Malattie dell’apparato cardiovascolare; Oncologia.

Il decreto si inserisce in un dibattito già molto acceso. Da una parte il Governo sostiene che le case di comunità siano fondamentali, che serva una presenza stabile dei medici e che la medicina territoriale debba essere riorganizzata in modo più integrato. Dall’altra molti medici di famiglia temono un aumento della burocrazia, una riduzione dell’autonomia professionale e il rischio di trasformare il rapporto fiduciario con il paziente in un modello più ospedaliero e aziendalizzato.

“Da parte dei medici di medicina generale c’è disponibilità a schierarsi al fianco del ministero della Salute e delle Regioni per rispondere a un’esigenza primaria: riempire le case di comunità entro il 30 giugno di quest’anno”, ha dichiarato all’Ansa il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato.

E ha aggiunto: “Abbiamo un mese e mezzo a disposizione per mettere in campo strumenti normativi che consentano alle Regioni di rendere operative queste strutture sanitarie di prossimità e di garantirne il presidio. Le case di comunità sono state dotate dal punto di vista strutturale, ma ora serve completarne l’organizzazione sul piano del personale”.

I sindacati, però, restano sul piede di guerra, sebbene Schillaci, durante l’ultimo question time alla Camera, abbia stemperato i toni, ribadendo che “non si vuole smantellare la figura del medico di famiglia”. All’annuncio di un decreto pensato per riformare la medicina territoriale alcune sigle hanno anche proclamato un’agitazione, mentre la Fimmg, il principale sindacato dei medici di famiglia, ha parlato di “decretuccio”.

Il confronto tra le parti, comunque, resta aperto. Ieri i sindacati hanno portato sul tavolo i propri emendamenti, con l’obiettivo di modificare soprattutto la parte relativa al canale della dipendenza. Staremo a vedere se il decreto riuscirà a trovare un equilibrio tra l’esigenza del Governo e delle Regioni di garantire piena operatività delle case di comunità e la richiesta delle organizzazioni sindacali di preservare l’impianto convenzionale della medicina generale.

Redazione Nurse Times

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