Ci sono temi di cui in sanità si parla continuamente: carenza di personale, liste d’attesa, bilanci, aggressioni. Poi ce n’è uno che quasi nessuno affronta davvero: la paura del cambiamento.
Perché la verità è che la sanità sta cambiando molto più velocemente delle organizzazioni che la governano. Cambiano i pazienti, sempre più anziani e complessi. Cambiano le tecnologie. Cambiano i modelli assistenziali. E cambiano soprattutto i professionisti.
Pensiamo agli infermieri. Negli ultimi vent’anni sono aumentate le competenze, le responsabilità e l’autonomia professionale. Oggi gestiscono situazioni cliniche sempre più complesse e partecipano in modo attivo ai processi decisionali. Eppure c’è una contraddizione evidente: mentre cresce il peso professionale, il riconoscimento resta sostanzialmente fermo.
È come chiedere a qualcuno di salire continuamente di piano, senza mai permettergli di cambiare appartamento. Forse è proprio qui che nasce una parte del malessere che attraversa la professione. Non perché manchi la motivazione. Non perché manchi la voglia di fare. Ma perché aumenta ciò che viene richiesto, senza aumentare ciò che viene riconosciuto.
Nel frattempo la sanità diventa sempre più multiprofessionale. Nessuno può lavorare da solo. Eppure molte organizzazioni continuano a ragionare con schemi costruiti per un’altra epoca. Come quei castelli medievali che continuavano a rinforzare le mura mentre fuori erano già arrivati i cannoni.
La sensazione è che il cambiamento in sanità venga accettato quando porta nuove responsabilità, ma faccia paura quando pretende nuovi spazi, nuove competenze e nuovi riconoscimenti. Eppure il cambiamento non aspetta nessuno. È già dentro i reparti, nei territori e nelle professioni.
La domanda allora non è se la sanità cambierà. La domanda è se le organizzazioni avranno il coraggio di cambiare insieme ai professionisti o continueranno a difendere modelli che il presente ha già superato.
Guido Gabriele Antonio
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