Assumere serve. Ma chi si occupa di trattenere chi, in anni di lavoro, ha costruito competenze che nessun concorso misura? Quando un infermiere esperto lascia una terapia intensiva, nell’organico si libera un posto. Arriverà un nuovo collega, i turni saranno riorganizzati e il reparto tornerà, almeno sulla carta, ad avere lo stesso numero di professionisti.
Ma sarà davvero tutto come prima?
Chi lavora in rianimazione sa che dietro un nome sul turno c’è molto più di una presenza da garantire. Ci sono anni di pratica, situazioni difficili affrontate insieme, conoscenze condivise. C’è la capacità di accorgersi che qualcosa sta cambiando, di mettere in relazione un parametro con ciò che si osserva al letto del paziente, di capire quando è il momento di chiedere un confronto.
Un nuovo collega porta preparazione, energie e competenze che meritano spazio e fiducia. Ha però bisogno di tempo per conoscere il reparto, trovare il proprio posto nell’équipe e costruire autonomia in un contesto complesso. È questo passaggio che rischia di sfuggire alle valutazioni organizzative.
Si registra un’uscita, si cerca un sostituto e, una volta coperto il posto, il problema sembra risolto. Più raramente ci si ferma a chiedere quanto sapere professionale abbia lasciato il reparto insieme a quella persona. E quanto lavoro servirà per ricostruirlo.
Un posto si può coprire. L’esperienza non si trasferisce automaticamente
In terapia intensiva la tecnologia è parte dell’assistenza quotidiana. Monitor, ventilatori e sistemi di supporto avanzato sono indispensabili. Ma dietro ogni dato c’è qualcuno che deve interpretarlo, collegarlo al quadro clinico e riconoscere un possibile peggioramento.
La preparazione è il punto di partenza. L’esperienza quotidiana e il confronto con i colleghi contribuiscono a trasformarla in capacità di giudizio. Questo non significa che molti anni di servizio rendano automaticamente più competenti di un collega giovane. L’anzianità, da sola, non basta. L’esperienza diventa una risorsa per tutti quando si accompagna all’aggiornamento, alla capacità di mettersi in discussione e alla disponibilità a condividere ciò che si sa.
È questa combinazione che un reparto dovrebbe riconoscere e valorizzare. Il dibattito sulla carenza infermieristica si concentra soprattutto sulle assunzioni: concorsi, graduatorie, mobilità, nuovi ingressi. Sono risposte necessarie. Ma cercare nuovi professionisti senza interrogarsi sulle ragioni per cui quelli già formati se ne vanno significa affrontare soltanto una parte del problema.
Non tutte le partenze hanno la stessa origine. Si cambia per esigenze familiari, per cercare nuove opportunità, per seguire un interesse professionale diverso. Sono scelte legittime, che non vanno lette necessariamente come il segno di qualcosa che non funziona.
Esistono, però, condizioni sulle quali le aziende sanitarie possono intervenire: turni difficili da conciliare con la vita personale, carichi di lavoro elevati, formazione poco accessibile, prospettive di crescita limitate, competenze che faticano a trovare riconoscimento. Quando queste difficoltà diventano la normalità, l’uscita di un professionista esperto non può essere archiviata come un semplice avvicendamento. È un segnale che merita ascolto.
Il costo che non compare nei numeri dell’organico
Quanto costa davvero perdere un infermiere esperto? La risposta non si esaurisce nelle risorse necessarie per assumere un sostituto. C’è il tempo dell’inserimento, c’è l’impegno di chi affianca il nuovo collega e c’è il rischio che una parte delle conoscenze non trovi più qualcuno in grado di trasmetterla.
Entrare in terapia intensiva non significa soltanto imparare a utilizzare le apparecchiature o conoscere le procedure. Significa orientarsi tra priorità che possono cambiare rapidamente, collaborare con professionisti diversi, conoscere l’organizzazione del reparto e acquisire progressivamente sicurezza nelle proprie valutazioni.
Nessuno dovrebbe essere lasciato solo in questo percorso. Per questo l’affiancamento non può ridursi alla presenza di due persone nello stesso turno. Serve qualcuno che spieghi il perché delle scelte, renda comprensibile il ragionamento clinico, accolga le domande e verifichi le competenze acquisite. Qualcuno che sappia lasciare spazio all’autonomia senza far mancare il sostegno.
Tutto questo richiede tempo e attenzione. E spesso deve trovare posto dentro giornate già piene, mentre l’assistenza continua a richiedere la stessa cura e le stesse responsabilità. Il rischio è che la formazione dei nuovi arrivati dipenda soprattutto dalla disponibilità dei singoli: da chi riesce a fermarsi qualche minuto in più, da chi trova il modo di spiegare nonostante il carico di lavoro, da chi si assume anche questa responsabilità.
Ma la disponibilità personale, per quanto preziosa, non può sostituire una scelta organizzativa. E quando ad andare via sono proprio i colleghi che hanno accompagnato l’ingresso di tanti altri, chi resta a formare chi arriva? È una domanda concreta. Dovrebbe trovare spazio nelle decisioni delle direzioni sanitarie, perché la continuità delle competenze non può essere affidata soltanto alla buona volontà di chi rimane.
Non basta assumere. Bisogna rendere possibile restare
Da anni ci chiediamo come rendere più attrattiva la professione infermieristica. Forse, però, dedichiamo più attenzione a chi dobbiamo convincere a entrare nel sistema che a chi, ogni giorno, lo tiene in funzione. Un’azienda sanitaria non dovrebbe essere valutata soltanto per quanti infermieri riesce ad assumere, ma anche per le condizioni che offre a chi già ci lavora.
Quanti professionisti esperti lasciano i reparti ad alta complessità? Per quali ragioni? Quanto tempo viene realmente dedicato all’inserimento dei nuovi colleghi? Chi si occupa dell’affiancamento riceve formazione, sostegno e un riconoscimento per questo impegno? E che cosa accade quando un reparto comincia a perdere, una dopo l’altra, persone con esperienza consolidata?
Non sono domande da lasciare alle conversazioni di fine turno. Riguardano l’organizzazione dell’assistenza e meritano risposte verificabili, percorsi strutturati e responsabilità definite. In rianimazione conosciamo il valore delle consegne. A ogni cambio turno cerchiamo di trasmettere informazioni, osservazioni e decisioni, perché sappiamo quanto conti dare continuità al lavoro di chi ci ha preceduto.
La stessa attenzione dovrebbe accompagnare la trasmissione delle competenze. Non tutto ciò che un professionista ha imparato negli anni può essere raccolto in una procedura o consegnato nell’ultimo giorno di servizio. Una parte passa attraverso il lavoro condiviso: osservare, discutere una scelta, affrontare insieme una difficoltà. È anche così che un gruppo diventa un’équipe.
Il valore di chi resta
Un reparto non è fatto soltanto di posti letto, apparecchiature e numeri in una tabella. È fatto di persone che imparano a conoscersi, di fiducia costruita nel tempo, della possibilità di chiedere aiuto senza sentirsi inadeguati e di affrontare una situazione difficile sapendo di non essere soli.
Questo patrimonio non compare nella dotazione organica. Eppure, fa parte della vita quotidiana di un servizio. Assumere nuovi infermieri resta indispensabile. Ma se ogni ingresso serve soltanto a compensare un’uscita, senza intervenire sulle ragioni delle partenze, il ricambio rischia di diventare una risposta provvisoria a un problema che continua a ripresentarsi.
Trattenere un professionista non significa impedirgli di scegliere un’altra strada. Significa fare in modo che restare sia una possibilità concreta: sostenibile sul piano personale, dignitosa nelle condizioni di lavoro e gratificante sul piano professionale. Valorizzare l’esperienza non è un favore agli infermieri. È una scelta che riguarda la qualità e la sicurezza dell’assistenza.
La domanda, allora, non è soltanto quanto siamo disposti a investire per assumere un nuovo collega. È anche quanto siamo disposti a fare perché chi ha costruito competenze, relazioni e conoscenza del reparto trovi ancora una ragione per restare. Perché un posto può tornare occupato. Quello che una persona ha costruito, invece, ha bisogno di tempo, attenzione e altre persone per continuare a vivere nel reparto.
Giuseppe Profilo
Articoli correlati
- Non chiediamoci quanti infermieri mancano. Chiediamoci quanta assistenza resta indietro
- L’Italia delle rianimazioni a “geometria variabile”: perché la qualità delle cure non può dipendere dall’ospedale in cui si entra
- Il personale sanitario ha parlato. Il Ssn ha risposto aspettando le dimissioni
- Unisciti a noi su Telegram https://t.me/NurseTimes_Channel
- Scopri come guadagnare pubblicando la tua tesi di laurea su NurseTimes
- Il progetto NEXT si rinnova e diventa NEXT 2.0: pubblichiamo i questionari e le vostre tesi
- Carica la tua tesi di laurea: tesi.nursetimes.org
- Carica il tuo questionario: https://tesi.nursetimes.org/questionari
Lascia un commento