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Le notti si pagano due volte: quasi un infermiere su due ha un disturbo del sonno legato ai turni

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Una metanalisi su oltre 15mila infermieri stima al 45,5% la prevalenza del disturbo da lavoro a turni. Tra i fattori di rischio più forti ci sono i rientri rapidi tra un turno e l’altro. Le revisioni più recenti indicano cosa funziona: una turnistica pensata meglio, il riposo programmato, alcuni interventi individuali.

Mentre la Manovra discute quanto debba pesare il fisco su un’ora di notte, la letteratura scientifica continua a misurare l’altro costo, quello sulla salute di chi la lavora. Le revisioni pubblicate tra il 2025 e il 2026 concordano su un punto: il problema è diffuso, e una parte non piccola dipende da come vengono costruiti i turni.

Uno su due

La stima più solida arriva da una revisione sistematica con metanalisi pubblicata sull’International Journal of Nursing Studies da un gruppo dell’Università di Jilin. Gli autori hanno raccolto 24 studi osservazionali, per un totale di 15.479 infermieri. La prevalenza complessiva del disturbo da lavoro a turni, cioè la combinazione di insonnia e sonnolenza eccessiva legata agli orari, è del 45,5%.

Il dato sale al 61,7% tra chi lavora nel modello a tre turni, quello più diffuso nei reparti italiani. Gli autori segnalano però un’ampia eterogeneità tra gli studi: con i questionari la prevalenza risulta più alta (54,2%) che con i criteri diagnostici della classificazione internazionale dei disturbi del sonno (40,2%). Il numero esatto va quindi letto come un ordine di grandezza, non come una diagnosi di massa.

Il peso dei rientri rapidi

Il passaggio più utile per chi organizza il lavoro riguarda i fattori di rischio. Età, stress, ansia, depressione, numero di notti nell’ultimo anno: tutti contano, ma con effetti modesti per singola unità. Il fattore che spicca è il numero di rientri rapidi, i cosiddetti quick returns, con un rischio più che raddoppiato (odds ratio 2,59).

In Italia il rientro rapido ha un nome familiare a chiunque abbia lavorato in reparto: il pomeriggio seguito dalla mattina, con poche ore di sonno in mezzo. Lo schema è spesso il risultato di organici ridotti all’osso, più che di una scelta. Gli autori raccomandano di ridurre la frequenza dei rientri rapidi e delle notti e di dare stabilità alla programmazione. Indicazioni che, in molte unità operative, richiedono prima di tutto qualcuno in più in turno.

Cosa dicono gli interventi

Una seconda revisione, pubblicata su Healthcare da un gruppo dell’Università di Bari, ha analizzato 43 studi su interventi contro i disturbi legati al lavoro a turni.

I risultati vanno presi con cautela, ma indicano direzioni precise:

  • una turnistica ottimizzata è associata a miglioramenti dei punteggi di qualità del sonno tra il 15% e il 40%;
  • il riposo breve programmato durante la notte riduce i punteggi di affaticamento del 20-35%;
  • la luminoterapia mostra effetti moderati; attività fisica e tecniche di rilassamento migliorano il benessere percepito.

Gli stessi autori elencano i limiti: campioni piccoli, pochi studi randomizzati, prevalenza di infermiere donne e di terapie intensive.

Sul versante individuale, una metanalisi pubblicata quest’anno su Occupational Medicine ha raccolto 15 studi sperimentali su interventi non farmacologici. Nel complesso migliorano la qualità del sonno degli infermieri turnisti, con un effetto moderato. I programmi di mindfulness risultano utili, l’aromaterapia no. Anche qui l’eterogeneità tra gli studi è elevata.

Dal sonno al burnout

Una terza revisione, su SAGE Open Nursing, ha messo insieme 15 studi sul legame tra rotazioni e burnout. L’esaurimento emotivo risulta associato in modo costante alle notti e alle rotazioni irregolari. Il supporto dell’organizzazione e l’autonomia professionale emergono come fattori protettivi. Gli studi sono in gran parte trasversali: dicono che le due cose vanno insieme, non dimostrano in modo definitivo quale causi l’altra.

Il quadro si somma a quanto già noto. Dal 2019 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro classifica il lavoro notturno come probabilmente cancerogeno, e la normativa italiana prevede per i lavoratori notturni una sorveglianza sanitaria specifica.

Il punto di vista del coordinatore

Per un coordinatore queste evidenze si traducono in scelte concrete. Limitare i pomeriggi seguiti da mattine. Pubblicare i turni con anticipo e cambiarli il meno possibile. Rendere possibile, dove l’organico lo consente, una pausa di riposo vera durante la notte, invece di tollerarla in silenzio. Segnalare al medico competente i casi di sonnolenza persistente.

Alcune di queste misure costano poco. Quasi tutte, però, richiedono margini di organico che spesso non ci sono. Il turno perfetto sulla carta resiste fino alla prima malattia non sostituita. La notte in ospedale non si può abolire. Si può però smettere di considerare normale che metà di chi la lavora dorma male.

Antonio Leuci

Fonti

  • Zhao X. et al., The prevalence and risk factors of shift work disorder among nurses: a systematic review and meta-analysis. Int J Nurs Stud 2025;174:105273 (PubMed)
  • Inchingolo A.D. et al., Guidelines for Reducing the Adverse Effects of Shift Work on Nursing Staff: A Systematic Review. Healthcare 2025;13(17):2148 (PubMed)
  • Lee A.Y.L., Tse L.A., Non-pharmacological intervention for shift nurses’ sleep: systematic review and meta-analysis. Occup Med 2026;76(6):442-452 (PubMed)
  • Qtait M. et al., The Impact of Rotating Shift Work on Nurse Burnout: A Systematic Review. SAGE Open Nurs 2025;11 (PubMed)

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