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Seimila infermieri lasciano prima della pensione. Il problema adesso è trattenerli

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Nel 2025 circa seimila infermieri hanno lasciato il Servizio sanitario nazionale prima di andare in pensione, secondo i dati della Corte dei conti. L’Ordine di Firenze-Pistoia chiede di spostare l’attenzione dal reclutamento alla permanenza in servizio. La manovra appena approvata dal Consiglio dei ministri, per ora, non contiene risorse dedicate.

Per anni il dibattito sulla carenza di infermieri si è concentrato su una domanda: dove trovarne di nuovi. Corsi di laurea da riempire, concorsi, reclutamento dall’estero. Una domanda più scomoda è rimasta sullo sfondo: quanti ne perdiamo mentre li cerchiamo.

A riportarla al centro è una lettera inviata a Quotidiano Sanità dal presidente dell’Ordine delle professioni infermieristiche di Firenze e Pistoia, David Nucci, pubblicata il 30 ottobre. Il dato di partenza viene dalla Corte dei conti: nel 2025 si sono registrate circa seimila dimissioni anticipate di infermieri.

I numeri della Corte dei conti

Le cifre sono contenute nella memoria che la Corte ha presentato il 28 aprile 2026 alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, nell’audizione sul Documento di finanza pubblica. Il conteggio è per Regione.

La Lombardia guida con 1.605 uscite. Seguono Toscana e Veneto, con circa 800 ciascuna, Emilia-Romagna e Piemonte, con circa 600. In Campania le dimissioni sono state 345. Friuli Venezia Giulia, Liguria, Marche, Puglia e Sardegna si attestano intorno alle 200. Chiudono Bolzano (85), Umbria (80), Abruzzo (51), Valle d’Aosta (29) e Basilicata (16). La somma porta, appunto, a circa seimila.

Il dato va letto con prudenza. Le dimissioni volontarie comprendono anche chi passa a un’altra azienda o a un’altra amministrazione, e non coincidono con chi abbandona la professione. Restano però posti da coprire, colleghi da formare, turni da ricostruire. Per il reparto che li perde, la differenza è poca.

La distribuzione geografica va letta insieme alla dimensione degli organici. Le Regioni del Nord perdono di più in valore assoluto, anche perché hanno più personale. Il Sud perde meno, ma parte da dotazioni già più ridotte.

Un fenomeno che riguarda anche i medici

Il quadro non è esclusivo degli infermieri. Secondo il Centro studi di Anaao Assomed, ripreso il 23 ottobre dall’inchiesta DataRoom del Corriere della Sera, nel 2025 i medici ospedalieri dimessi volontariamente sono stati 3.767, contro 2.876 pensionamenti. In dodici Regioni su venti le dimissioni hanno superato le uscite per età.

Sullo sfondo ci sono le stime già note. Secondo Agenas, l’Italia conta 6,86 infermieri ogni mille abitanti, contro una media di 8,26 nei Paesi europei messi a confronto. La Banca d’Italia stima che circa il 9% degli infermieri del Ssn in servizio a fine 2022 andrà in pensione entro il 2032.

Tradotto: le uscite per età sono prevedibili e programmabili. Quelle volontarie no, e si sommano alle prime.

Le proposte dell’Ordine

La lettera di Nucci mette in fila alcune richieste concrete. Aumentare la retribuzione ordinaria, perché chi vuole guadagnare di più oggi deve fare più straordinari. Sostituire il ricorso sistematico allo straordinario con nuove assunzioni. Rendere i turni prevedibili con largo anticipo. Costruire percorsi di carriera clinica, così che l’esperienza al letto del paziente non debba trasformarsi in un incarico amministrativo per essere riconosciuta. Pubblicare i dati su dimissioni e condizioni di lavoro.

Una frase della lettera riassume il punto: «Guadagnare di più non dovrebbe significare dover lavorare di più».

Chi coordina un reparto conosce bene il meccanismo. Ogni dimissione apre un buco nella turnistica che va coperto con doppi turni, rientri e straordinari. Il carico si sposta su chi resta, che a sua volta comincia a guardarsi intorno. Il turno pubblicato all’ultimo momento, il riposo saltato, le ferie rinviate sono spesso il motivo concreto per cui una lettera di dimissioni viene firmata.

Cosa c’è nella manovra

Il disegno di legge di Bilancio approvato dal Consiglio dei ministri il 28 ottobre porta il Fondo sanitario nazionale a 146,3 miliardi nel 2027, con un aumento di 3,4 miliardi. Una parte delle risorse aggiuntive è legata alle retribuzioni dei medici di pronto soccorso. Per il personale infermieristico, nei testi illustrati finora, non emergono stanziamenti specifici per incrementi retributivi o nuove assunzioni.

Secondo la ricostruzione del Corriere, le richieste avanzate per gli infermieri superavano il miliardo di euro. Resta in vigore quanto previsto dalla legge di Bilancio dello scorso anno: fino a 450 milioni annui dal 2026 per le assunzioni a tempo indeterminato nel Ssn.

Il Governo punta sull’aumento complessivo del Fondo, la cui ripartizione passa in larga parte dalle Regioni. Le Regioni chiedono da mesi il superamento dei tetti di spesa sul personale. I sindacati infermieristici chiedono una voce dedicata. Il passaggio parlamentare dirà se qualcosa cambierà.

La domanda giusta

Il reclutamento resta necessario. Ma ogni infermiere esperto che se ne va porta con sé anni di competenza che un neoassunto non può sostituire in pochi mesi. E ogni nuovo ingresso, senza condizioni diverse, rischia di diventare la prossima dimissione.

La lettera di Firenze chiude con una domanda rivolta alla politica: cosa cambierà per far restare gli infermieri. Finora la risposta più frequente è stata un nuovo concorso. Che serve, ma da solo non basta a fermare chi esce.

Antonio Leuci

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