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Quattro anni di numeri e la realtà di chi assiste

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Ho letto il documento sui quattro anni di Governo e l’ho messo a confronto con il Rapporto GIMBE, la relazione della Corte dei conti, il bollettino Agenas e i dati Istat sulle rinunce. Il documento fa la sua lettura, legittima: elenca ciò che è stato stanziato e avviato, e per quella lettura i numeri sono esatti. Gli altri ne fanno un’altra.

E noi che ci lavoriamo una terza: le richieste di prenotazione che non trovano posto, i contratti fermi nelle strutture accreditate convenzionate, i cittadini che pagano di tasca propria e quelli che, rimandata la visita, non tornano più a fare il controllo. Tutte e tre misurano punti diversi dello stesso percorso, dalla risorsa stanziata alla prestazione erogata.

Siamo noi operatori che alle sette del mattino, in un ospedale pubblico o classificato accreditato convenzionato, in una clinica, in una struttura sociosanitaria, prepariamo la terapia, eseguiamo i prelievi, affrontiamo un’emergenza. E siamo noi che con il coordinatore decidiamo come distribuire il lavoro quando l’organico scende sotto soglia per assenze impreviste – malattie, aggiornamento obbligatorio, lutti, dimissioni – e i turni vanno rimodulati. Non è una scelta clinica: è una scelta di capienza.

Nelle mie analisi parlo quasi sempre di due gambe, e non è una metafora. Il Servizio sanitario nazionale eroga attraverso strutture pubbliche e accreditate convenzionate: con l’accreditamento queste entrano stabilmente nell’organizzazione del servizio pubblico, e per questo rispondono davanti al giudice contabile per il danno erariale, come hanno ribadito le Sezioni Unite della Cassazione.

Il documento apre con il Fondo sanitario nazionale: 143 miliardi nel 2026 contro i 126 del 2022. La Fondazione GIMBE, che lo analizza dall’esterno, lo conferma, ma lo misura con altre due unità. A prezzi costanti, al netto dell’inflazione, quei 143 miliardi equivalgono a circa 105,2 miliardi del 2010: in sedici anni il potere d’acquisto del Fondo non è cambiato. E in rapporto al PIL il finanziamento resta sempre sotto il 6,27% del 2022 — intorno al 6% fino al 2025, 6,14% nel 2026 — con discesa prevista al 5,78% nel 2029.

La Corte dei conti, organo di controllo della finanza pubblica, guarda l’altro capo: nella relazione al Parlamento certifica 2,3 miliardi di disavanzo nei bilanci sanitari regionali del 2025, con oltre due terzi dello squilibrio in Regioni senza piano di rientro, da Nord a Sud. Non è un problema di singole gestioni. Un incremento che arriva su un bilancio già in perdita non finanzia nuove prestazioni: copre il pregresso.

Una lista d’attesa che si allunga non nasce allo sportello delle prenotazioni. Nasce prima. Le tariffe restano ferme mentre crescono i costi di farmaci, energia e materiali: nell’istruttoria sulle nuove tariffe il ministero della Salute ha rilevato per la riabilitazione un rapporto costi/ricavi del 109%, cioè una prestazione pagata 100 che ne costa 109.

Sopra la tariffa resta il tetto di spesa, fissato struttura per struttura: raggiunto il budget, le prestazioni a carico del Servizio sanitario si fermano. Le risorse per aggiornare le tariffe esistono – 1 miliardo nel 2026, 1,35 miliardi annui dal 2027 -, ma restano una capienza: perché diventino capacità di acquisto le Regioni devono tradurle nei contratti con le aziende sanitarie.

Le strutture socio-sanitarie accreditate convenzionate ex articolo 26 della Legge 833/1978 non sono mai state remunerate con i DRG: vivono di rette regionali, senza tariffario nazionale. In Abruzzo sono ferme al 2012, e dentro la retta c’è tutto, compreso il costo dei contratti collettivi.

I contratti ARIS e AIOP di ospedali classificati e cliniche sono fermi dal 2018, otto anni; ARIS RSA e AIOP RSA del sociosanitario dal 2012, quattordici anni. Perché si rinnovino le Regioni devono adeguare le rette; perché possano adeguarle il Governo deve stanziare risorse con destinazione riconoscibile.

Gli infermieri iscritti all’albo sono 461.452; 277.138 sono dipendenti del Servizio sanitario nazionale secondo il Conto annuale della Ragioneria. Gli altri, tolti liberi professionisti, chi è all’estero e chi non esercita, sono stimabili in circa 150 mila, e lavorano nelle strutture accreditate convenzionate.

Il documento rivendica 209 euro al mese in più per il comparto e 240 per gli infermieri: misure reali. Accanto, i dati OCSE elaborati da GIMBE: la retribuzione degli infermieri ospedalieri italiani è inferiore del 27% alla media OCSE e di quasi il 30% a quella europea, mentre quella dei medici specialisti è allineata. Ma riguarda i dipendenti pubblici: per l’accreditato convenzionato non esiste rilevazione comparabile.

Un sistema che riceve meno di quanto gli serve trasferisce il costo. Sui cittadini: 42,4 miliardi pagati direttamente dalle famiglie e, secondo gli indicatori Istat, un numero di rinunce alle cure salito da 4,1 milioni nel 2022 a 5,8 milioni nel 2024, per attese troppo lunghe o motivi economici.

E sui lavoratori: come denunciano Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl, per un infermiere del socio-sanitario accreditato convenzionato il differenziale su tabellare e indennità è di circa 500 euro mensili. Di questi lavoratori, con i contratti scaduti e le retribuzioni ferme, nei documenti che ho messo a confronto non parla nessuno.

Non è questione di opinioni: questi problemi attendono soluzioni tecniche. Servono quattro cose: un tariffario nazionale per le prestazioni ex articolo 26; l’adeguamento automatico di DRG, rette e tariffe; la verifica del tetto di spesa insieme alla tariffa; il contratto collettivo come requisito di accreditamento.

Una percentuale sul prodotto interno lordo non entra nei reparti alle sette del mattino. Però decide chi ci sarà e con quale contratto. Finché quel percorso non sarà misurato per intero, dallo stanziamento alla busta paga di chi sta accanto al paziente, ogni documento avrà ragione sul proprio tratto mentre il sistema perde, uno alla volta, chi lo tiene in piedi.

Dott. Daniele Leone
Infermiere – Coordinatore infermieristico

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