Da otto anni migliaia di professionisti garantiscono servizi finanziati dal Ssn senza un rinnovo contrattuale. Regioni e imprese continuano a rinviarsi la responsabilità, mentre il costo dell’immobilismo ricade su lavoratori e cittadini.
Le strutture vengono accreditate. Le prestazioni vengono acquistate. Le fatture vengono liquidate. Il Contratto dei lavoratori, invece, può attendere. Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fp hanno annunciato una nuova mobilitazione per il rinnovo del Contratto della sanità privata accreditata, scaduto da otto anni. Per il comparto delle Rsa l’attesa, secondo i sindacati, è arrivata a quattordici anni. Dopo tavoli ministeriali, tentativi di conciliazione e uno sciopero nazionale, la vertenza torna così davanti alle Regioni.
È necessario evitare una comoda semplificazione. Le Regioni non sottoscrivono il Contratto nazionale: la responsabilità negoziale appartiene alle organizzazioni datoriali e sindacali. Ma le amministrazioni regionali autorizzano, accreditano, stabiliscono requisiti e acquistano prestazioni dalle strutture private. Sostenere che le condizioni di lavoro siano completamente estranee a questa funzione significa descrivere soltanto metà del sistema.
La sanità privata accreditata non vive ai margini del Servizio sanitario nazionale. Ne costituisce una componente programmata e finanziata con risorse pubbliche. Se una prestazione entra nella programmazione regionale, il lavoro necessario per produrla non può diventare una variabile invisibile.
Le associazioni datoriali, secondo la ricostruzione sindacale, subordinano il rinnovo del Contratto all’adeguamento delle tariffe regionali. Il problema della sostenibilità economica può essere reale e merita numeri verificabili. Non può però diventare un meccanismo permanente attraverso il quale il rischio d’impresa viene trasferito sui salari, sulle carriere e sulla pazienza dei professionisti.
Otto anni senza rinnovo non sono un ritardo tecnico. Sono una scelta distributiva: mentre aumentano costi, responsabilità e difficoltà assistenziali, il valore del lavoro resta congelato.
Le conseguenze non riguardano soltanto la busta paga. Una struttura che non riesce a trattenere infermieri, operatori e professionisti sanitari accumula turni scoperti, ricorso allo straordinario e perdita di competenze. I coordinatori finiscono per gestire quotidianamente gli effetti di decisioni assunte altrove: organici fragili, sostituzioni impossibili e continuità assistenziale affidata alla disponibilità individuale.
La risposta non può essere un aumento automatico e indiscriminato delle tariffe. Servono una valutazione trasparente dei costi, la tracciabilità delle risorse destinate al personale e requisiti di accreditamento che comprendano il rispetto dei contratti rappresentativi, la regolarità dei rinnovi e indicatori verificabili sulla stabilità degli organici.
Se vengono impiegate risorse pubbliche, devono esistere responsabilità pubblicamente controllabili. Non basta finanziare la singola prestazione ignorando il modo in cui viene prodotta.
L’accreditamento non può essere un certificato appeso al muro. Deve essere un patto: qualità delle cure, sostenibilità organizzativa e dignità del lavoro. Diversamente, continueremo ad avere strutture formalmente integrate nel Ssn e lavoratori contrattualmente abbandonati fuori dalla porta.
Guido Gabriele Antonio
Articoli correlati
- Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fp: “Ccnl sanità privata non può restare ostaggio dei rapporti tra imprese e Regioni. Stato di agitazione nazionale”
- Sanità privata, 8 anni senza Contratto: i sindacati tornano in piazza e chiamano in causa le Regioni
- Sanità privata accreditata: il punto di Fp Cgil sui rinnovi contrattuali
- Unisciti a noi su Telegram https://t.me/NurseTimes_Channel
- Scopri come guadagnare pubblicando la tua tesi di laurea su NurseTimes
- Il progetto NEXT si rinnova e diventa NEXT 2.0: pubblichiamo i questionari e le vostre tesi
- Carica la tua tesi di laurea: tesi.nursetimes.org
- Carica il tuo questionario: https://tesi.nursetimes.org/questionari
Lascia un commento