La relazione della Corte dei conti riporta l’attenzione sull’accesso ai servizi. Prima di celebrare nuove agende, occorre capire chi riesce a entrarci e chi rimane fuori.
Una prescrizione non è una prenotazione. Una prenotazione non è una prestazione. E una prestazione aggiuntiva non dimostra, da sola, che l’accesso alle cure sia migliorato. Sembrano distinzioni elementari, ma diventano decisive quando si passa dai comunicati sui risultati al percorso concreto di chi deve ottenere una visita.
Nella relazione della Corte dei conti sulle misure per ridurre le liste d’attesa un passaggio merita particolare attenzione: secondo i dati Agenas riportati nel documento, il 50,3% delle prescrizioni per prime visite si traduce in una prenotazione registrata dal servizio sanitario. È un rapporto tra volumi, non la dimostrazione che quasi metà dei cittadini abbia rinunciato alle cure. Ma è sufficiente per porre una domanda: che cosa accade tra la ricetta e l’appuntamento?
La risposta non può essere presunta. Alcuni percorsi possono interrompersi, altri proseguire attraverso canali diversi; possono incidere problemi informativi, scelte personali o difficoltà di accesso. Senza ricostruire questi passaggi, però, il sistema rischia di descrivere bene chi ha ottenuto una prenotazione e molto meno chi non ci è arrivato. Un indicatore corretto può diventare una rappresentazione incompleta quando viene utilizzato per rispondere a una domanda più ampia di quella che misura.
Qui si apre una questione organizzativa, prima ancora che statistica. Sarebbe utile seguire, su un insieme circoscritto di prestazioni, l’intero percorso: prescrizione, primo contatto, proposta ricevuta, appuntamento accettato ed effettiva erogazione. Non per costruire un altro archivio, ma per distinguere i problemi. Una difficoltà nel contattare il servizio richiede interventi diversi dalla mancanza di disponibilità clinica. Un’offerta lontana o poco praticabile non si comprende registrando soltanto che il cittadino l’ha rifiutata.
Anche l’aumento dell’attività dovrebbe essere letto dentro questa sequenza. Aprire nuove sedute può essere necessario, ma occorre verificare quali bisogni intercettino, quali professionisti siano disponibili e quali effetti producano sull’attività ordinaria. Il rischio da evitare è finanziare un recupero temporaneo senza correggere il processo che genera nuovamente l’arretrato. La prestazione aggiuntiva è uno strumento. Non dovrebbe diventare il modello organizzativo permanente.
Per infermieri e coordinatori significa partecipare alla progettazione dei percorsi, non ricevere soltanto l’indicazione di coprire altre aperture. Ogni ampliamento dell’offerta dovrebbe chiarire competenze necessarie, continuità delle équipe, attività di supporto e gestione degli imprevisti. Affidare al coordinamento il compito di trovare comunque una soluzione non equivale a programmare le risorse.
Una proposta concreta potrebbe partire da poche prestazioni critiche e da una verifica periodica condivisa tra direzione, CUP e servizi clinici: dove si interrompe l’accesso, perché, chi può intervenire e con quale scadenza. Gli esiti andrebbero restituiti anche ai cittadini, distinguendo ciò che è stato annunciato da ciò che è effettivamente disponibile. La trasparenza diventa utile quando rende riconoscibile una responsabilità, non quando aggiunge soltanto un numero.
Il successo non consiste nel riempire tutte le agende. Consiste nel rendere accessibili prestazioni appropriate, nei tempi necessari e attraverso percorsi praticabili. Prima di dichiarare che l’attesa è diminuita, bisognerebbe quindi rispondere alla domanda iniziale: chi non è riuscito neppure a prenotare, nei nostri risultati dove compare?
Guido Gabriele Antonio
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