Soltanto il 42,8% delle strutture con almeno un servizio attivo dispone di un supporto dedicato alla salute mentale. Il territorio dovrebbe integrare bisogni sanitari e sociali, ma continua a organizzare la persona per compartimenti amministrativi.
Le chiamano case della comunità. Una parte della comunità, però, deve ancora suonare a un altro indirizzo per il supporto dedicato alla salute mentale. Un supporto che risulta presente in 334 delle 781 case della comunità con almeno un servizio attivo: il 42,8%. In meno di una struttura su due, dunque, il nuovo modello territoriale comprende stabilmente anche una delle aree di bisogno più diffuse, complesse e trasversali.
Non è soltanto una carenza quantitativa. È una contraddizione organizzativa. Le case della Comunità nascono per superare la frammentazione, avvicinare i servizi e prendere in carico la persona nella sua complessità. Ma se salute fisica, disagio psicologico, fragilità sociale e cronicità continuano a essere affidati a percorsi separati, la casa cambia insegna e conserva le vecchie stanze.
La persona è integrata. I servizi un po’ meno
Un paziente cronico può convivere con depressione, isolamento sociale, difficoltà economiche, ridotta aderenza terapeutica e perdita dell’autonomia. Questi bisogni non arrivano uno alla volta, rispettando l’orario dei diversi servizi. Arrivano insieme.
Il sistema, invece, continua spesso a chiedere alla persona di scomporsi: il diabete da una parte, l’ansia da un’altra, il problema familiare presso un altro ufficio e la difficoltà sociale possibilmente il martedì mattina. La conseguenza è prevedibile. I professionisti trattano correttamente singoli problemi, ma nessuno governa stabilmente l’intero percorso.
La riforma territoriale avrebbe dovuto modificare proprio questo meccanismo. Non semplicemente trasferire alcune prestazioni dall’ospedale a un edificio più vicino, ma costruire équipe capaci di lavorare su bisogni clinici, assistenziali, psicologici e sociali. Se la salute mentale resta esterna, la prossimità diventa soprattutto geografica.
Il paziente percorre meno chilometri, ma continua ad attraversare la stessa frammentazione.
Il rischio delle case della comunità a catalogo
Il Dm 77 ha delineato le case della comunità come luogo di accesso, coordinamento e integrazione multiprofessionale. La realizzazione concreta, però, procede in modo diseguale. Alcune strutture offrono più servizi e una presenza professionale articolata; altre funzionano con attività limitate, orari parziali o équipe incomplete.
Nasce così la casa della comunità a catalogo. La struttura viene conteggiata come attiva perché ospita almeno un servizio. Nella comunicazione entra nell’elenco delle realizzazioni. Nella vita del cittadino, però, la sua capacità di presa in carico dipende da quali professionisti siano realmente presenti, per quante ore e con quali collegamenti operativi.
L’edificio è binario: aperto o chiuso. L’assistenza, invece, possiede molte gradazioni intermedie. Una casa può essere formalmente operativa e organizzativamente incapace di rispondere a bisogni complessi. Può avere ambulatori, ma non integrazione. Può offrire prestazioni, ma non continuità. Può possedere una sala riunioni multiprofessionale senza che i professionisti abbiano tempo e procedure per riunirsi. La riforma, in questo modo, rischia di essere completata dal punto di vista immobiliare e lasciata in costruzione dal punto di vista assistenziale.
La salute mentale non può essere un servizio ospite
Integrare la salute mentale non significa necessariamente collocare in ogni struttura un’équipe psichiatrica completa. Significa costruire collegamenti stabili con i dipartimenti di salute mentale, definire criteri di accesso, consulenza e invio, garantire la continuità dei percorsi e formare i professionisti territoriali al riconoscimento precoce dei bisogni.
L’infermiere di famiglia e di comunità può avere un ruolo essenziale nell’individuazione delle fragilità, nel monitoraggio dell’aderenza, nel sostegno alla famiglia e nel coordinamento con gli altri servizi. Il case management diventa decisivo proprio nei pazienti che attraversano più ambiti assistenziali.
Ma queste funzioni non possono vivere soltanto nella buona volontà del singolo professionista. Servono responsabilità definite, strumenti condivisi, interoperabilità informativa, momenti strutturati di confronto e indicatori di continuità. Altrimenti l’integrazione rimane una parola pronunciata nei convegni da professionisti che, il giorno dopo, tornano a utilizzare piattaforme diverse e numeri telefonici personali.
Contare le strutture non basta più
La fase delle inaugurazioni dovrebbe lasciare spazio a quella della valutazione. Non basta conoscere quante Case della Comunità siano state aperte.
Occorre sapere:
- quali servizi siano effettivamente disponibili;
- con quali orari e dotazioni professionali;
- quanti pazienti vengano presi in carico;
- quanti percorsi siano condivisi con i dipartimenti di salute mentale;
- quali tempi intercorrano tra identificazione del bisogno e intervento;
- quante persone evitino accessi impropri al pronto soccorso o interruzioni del percorso;
- quanto siano coinvolti utenti e familiari.
Questi indicatori distinguono una struttura sanitaria da una politica pubblica. Il 42,8% non dimostra che la riforma territoriale sia fallita. Dimostra, però, che non può essere valutata contando soltanto muri, targhe e servizi dichiarati attivi.
La comunità non è una categoria edilizia. È una rete di bisogni e responsabilità. Se le casa della comunità accoglie la pressione arteriosa ma non il disagio, la glicemia ma non la depressione, la prescrizione ma non l’isolamento, non sta ancora prendendo in carico la persona. Sta semplicemente distribuendo i suoi problemi in stanze diverse. E la salute mentale, ancora una volta, rischia di rimanere fuori dalla porta proprio mentre il sistema festeggia di avere finalmente costruito la casa.
Guido Gabriele Antonio
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