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Manovra: serve un capitolo anche per la sanità accreditata, convenzionata e sociosanitaria

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Ho letto con molto interesse l’articolo di Nurse Times sulla seduta straordinaria della Conferenza delle Regioni e sulla bozza della Commissione Salute per la prossima Legge di Bilancio: oltre 18 miliardi nel triennio 2027-2029, il superamento dei tetti sul personale, risorse per avvicinare le retribuzioni di infermieri e medici alla media europea, un fondo per l’innovazione terapeutica. Una proposta seria, che intende determinare gli organici sul fabbisogno necessario a garantire i Lea.

Ancora una volta, però, il legislatore guarda giustamente alla sanità pubblica, ma si ferma lì. Resta fuori la sanità accreditata, convenzionata e sociosanitaria. Eppure le sue prestazioni sono acquistate da Stato, Regioni e Asl per conto dei cittadini e pagate dal Servizio sanitario nazionale, per la parte sanitaria.

Sono prestazioni garantite dall’articolo 32 della Costituzione e dalla Legge 833 del 1978: non un mercato parallelo, ma Servizio sanitario nazionale a tutti gli effetti. Per questo servirebbe un capitolo dedicato a ospedali classificati, cliniche, policlinici universitari, istituti di ricerca e strutture riabilitative e socio-sanitarie.

Il Governo ha fatto la sua parte: le tariffe della riabilitazione e della lungodegenza sono state aggiornate, dal 21 settembre sono in vigore le nuove tariffe della specialistica ambulatoriale e, per i ricoveri per acuti fermi al 2012, un emendamento al decreto PA propone un incremento transitorio del 3,68%. Si tratta però di tariffe massime, che le Regioni devono recepire e non sono tenute ad applicare nella misura più alta.

Per le strutture sociosanitarie ex articolo 26 della legge 833 del 1978, invece, nessun decreto nazionale è intervenuto. Centri di riabilitazione, Rsa, strutture per la disabilità e la salute mentale sono remunerati con rette regionali ferme da molti anni; in alcune Regioni non vengono adeguate dal 2012.

Nel frattempo pazienti e ospiti delle strutture socio-sanitarie e delle Rsa sono diventati più anziani, fragili e complessi, e i costi di energia, beni e servizi sono cresciuti. La retta, invece, è rimasta quella di allora. Per queste strutture non c’è un aggiornamento nazionale da recepire: senza un capitolo dedicato, non ci sarà alcun adeguamento.

Dietro rette e tariffe ferme ci sono contratti fermi: scaduto dal 2018 quello di ospedali classificati e cliniche, senza un vero rinnovo dal 2012 quelli Aris Rsa e Aiop Rsa. Infermieri, fisioterapisti, logopedisti, educatori, oss percepiscono retribuzioni nette che raramente superano i 1.500 euro, senza indennità di rischio né buono pasto, con un’indennità di turno di circa due euro al giorno solo per chi è stato assunto prima del 2013.

La bozza punta a recuperare due terzi del divario con l’Europa occidentale, 8.778 euro lordi per infermiere, su una platea di 277.138 professionisti: una scelta giusta. Ma oltre 150.000 infermieri lavorano nelle strutture accreditate, con la stessa laurea, lo stesso Albo, gli stessi pazienti fragili. Per loro il divario con l’Europa è più ampio, e quello con i colleghi del pubblico rischia di allargarsi ancora.

C’è poi il tetto di spesa. La bozza destina 3,48 miliardi alle spese non soggette a tetto, stimando costi in crescita del 4,93%. Gli stessi costi pesano sulle strutture accreditate, ma l’acquisto di prestazioni dal privato resta vincolato a un tetto fissato nel 2012 e solo in parte allentato: se non sale con le tariffe, a parità di budget si comprano meno prestazioni.

L’emendamento al decreto PA alzerebbe il tetto di 3,9 punti per acuti e riabilitazione ospedaliera, ma non tocca le rette ex art. 26. Eppure le stesse Regioni, nel motivare il Fondo per l’innovazione, criticano la logica dei compartimenti stagni, che vede una spesa solo come costo immediato senza considerare i risparmi che genera altrove. La riabilitazione ne è l’esempio più concreto: una giornata in una struttura ex art. 26 costa meno di un terzo di una di degenza per acuti e libera posti letto ospedalieri.

La parte finanziaria è ancora da definire: c’è il tempo perché il capitolo preveda risorse aggiuntive e vincolate per recepire i nuovi valori tariffari e adeguare le rette ex art. 26, distinte dai Drg ospedalieri; l’adeguamento dei tetti di spesa e una quota certa per il rinnovo dei contratti, con un tavolo in Conferenza Stato-Regioni tra i ministeri della Salute e dell’Economia, le Regioni, le associazioni datoriali e le organizzazioni sindacali, perché accordo sulle tariffe e rinnovi procedano insieme, senza che l’uno resti ostaggio dell’altro.

Non si chiede un privilegio. Si chiede che chi garantisce i Lea lontano dai riflettori, nella palestra di riabilitazione alle sette del mattino, accanto a un anziano che dopo un ictus prova a riprendere la parola, nel turno di notte di una residenza dove l’infermiere è uno solo, venga contato nella stessa manovra. Basterebbe un capitolo in più perché diciotto miliardi diventino risorse per l’intero Servizio sanitario nazionale.

Dott. Daniele Leone
Infermiere – Coordinatore infermieristico

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