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L’assistenza infermieristica entra nella cartella. Ora deve entrare nella programmazione

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Il Lazio avvia l’integrazione della documentazione infermieristica nella cartella clinica elettronica e prepara la formazione di oltre 40mila professionisti. Standardizzare il linguaggio può rendere visibili bisogni, attività ed esiti. Ma se i dati non modificheranno organici, processi e decisioni, avremo digitalizzato l’invisibilità.

Per anni l’assistenza infermieristica è stata presente accanto al paziente e quasi assente nei dati utilizzati per governare il sistema. Gli infermieri valutano bisogni, pianificano interventi, sorvegliano rischi, educano, prevengono complicanze e garantiscono continuità. Poi arriva il momento della programmazione, e quella massa di attività diventa improvvisamente difficile da vedere.

Il Lazio prova a colmare questa distanza integrando nella cartella clinica elettronica regionale il Professional Assessment Instrument, un sistema messo a disposizione dall’OPI di Roma e fondato su una terminologia infermieristica standardizzata. Il progetto dovrebbe essere accompagnato da un percorso formativo rivolto a oltre 40.000 infermieri entro giugno 2027.

È una scelta importante. Ma non perché finalmente gli infermieri potranno compilare un’altra schermata. È importante perché un sistema sanitario può governare soltanto ciò che riesce a rappresentare, confrontare e misurare.

Se la documentazione infermieristica rimane affidata a moduli differenti, testi liberi, fogli non interoperabili e applicativi separati, una parte decisiva dell’assistenza viene erogata senza trasformarsi in informazione organizzativa. Il singolo professionista può ricostruire il percorso leggendo le annotazioni. L’azienda, invece, fatica a comprendere quali bisogni siano più frequenti, quali interventi vengano effettuati e quali risultati producano.

Ciò che non diventa dato difficilmente diventa programmazione. L’utilizzo di un linguaggio standardizzato può consentire di descrivere in modo uniforme valutazioni, problemi assistenziali, interventi ed esiti. Può migliorare la comunicazione tra professionisti, ridurre ambiguità, rendere più sicuri i passaggi di consegne e accompagnare il paziente tra ospedale, territorio e domicilio.

Può anche offrire al management informazioni che oggi risultano frammentarie: complessità assistenziale, rischi prevalenti, intensità degli interventi, risultati raggiunti e aree nelle quali l’organico disponibile non appare coerente con il bisogno.

È qui che il progetto smette di essere informatico e diventa politico-organizzativo. Perché registrare la complessità assistenziale è utile soltanto se qualcuno accetta di utilizzarla quando decide quanti professionisti assegnare, quali competenze distribuire e quali servizi rafforzare.

Il rischio, altrimenti, è costruire una documentazione molto precisa di un’assistenza che continuerà a essere programmata prevalentemente attraverso posti letto, prestazioni e medie storiche. Sapremo perfettamente che i pazienti presentano bisogni più complessi. Continueremo ad assegnare il personale come prima.

La sanità italiana possiede una notevole capacità di raccogliere informazioni e una capacità più incerta di lasciarsi disturbare dai dati raccolti. Per questo non basta installare il PAI nelle cartelle elettroniche. Bisogna stabilire quali dati verranno estratti, chi li analizzerà, con quale frequenza e quali decisioni potranno modificare.

Servono indicatori capaci di collegare documentazione e risultati: cadute, lesioni da pressione, deterioramento clinico, dolore, autonomia, aderenza, continuità dopo la dimissione, interventi educativi e cure non erogate. Servono inoltre dati su carichi, personale effettivamente presente e tempo assistenziale disponibile. Senza questo collegamento, la documentazione descriverà il paziente ma non riuscirà a interrogare l’organizzazione.

Esiste poi una questione pratica che qualsiasi progetto digitale tende inizialmente a sottovalutare: il tempo. Documentare è parte dell’assistenza, non un’attività amministrativa aggiuntiva da svolgere quando tutto il resto è terminato. Se gli infermieri devono compilare campi duplicati, accedere a sistemi diversi o inserire informazioni che non vengono riutilizzate, la digitalizzazione non riduce il carico. Lo rende luminoso.

Una nuova piattaforma può essere perfettamente moderna e contemporaneamente costringere il professionista a inserire tre volte lo stesso dato. Per evitarlo, il sistema dovrà dialogare con anagrafica, terapia, parametri, referti, scale di valutazione, dimissione e Fascicolo sanitario elettronico. Il dato deve essere raccolto una volta, validato e reso disponibile ai professionisti autorizzati lungo il percorso.

L’interoperabilità non è un dettaglio tecnico. È la condizione perché la continuità assistenziale non rimanga affidata al paziente che trasporta informazioni da un servizio all’altro. Anche la formazione di oltre 40mila infermieri rappresenta una sfida molto più ampia di un corso sull’utilizzo del programma.

Non basta spiegare dove cliccare. Bisogna costruire una cultura condivisa della valutazione, evitare compilazioni automatiche e chiarire il significato clinico delle informazioni. Una tassonomia utilizzata come elenco burocratico produce dati formalmente ordinati e assistenzialmente inutili.

La formazione dovrà essere accompagnata da tutor, referenti aziendali, verifiche sul campo e revisione periodica della qualità documentale. Coordinatori e dirigenti delle professioni sanitarie avranno un ruolo centrale: non come controllori della compilazione, ma come responsabili della trasformazione dei dati in miglioramento organizzativo.

Il progetto richiede inoltre trasparenza. La Regione dovrebbe pubblicare l’atto di adozione, il cronoprogramma per ciascuna azienda, le specifiche d’integrazione, i costi, gli indicatori e i risultati delle prime implementazioni.

Oggi conosciamo l’avvio del percorso e l’obiettivo formativo. Non disponiamo ancora di elementi pubblici sufficienti per affermare che il sistema sia operativo in tutte le aziende o che i dati vengano già utilizzati nella programmazione. È la consueta distanza tra annuncio e attuazione. Questa volta, però, può essere misurata con particolare facilità.

Basterà verificare quante aziende avranno integrato realmente lo strumento, quanti professionisti saranno stati formati, quale percentuale di cartelle conterrà una pianificazione completa e quali decisioni saranno cambiate grazie ai dati prodotti.

L’iniziativa del Lazio ha quindi un valore che supera i confini regionali. Per anni la professione infermieristica ha chiesto di essere riconosciuta attraverso dichiarazioni, profili e norme. La documentazione strutturata offre una strada più concreta: rendere visibile ciò che produce.

Ma la visibilità non coincide con la presenza di un nuovo campo nella cartella. L’assistenza sarà davvero visibile quando un bisogno documentato determinerà una scelta organizzativa, quando un esito negativo attiverà una revisione del processo e quando la complessità rilevata inciderà sulla dotazione di personale.

Il Lazio sta portando l’assistenza infermieristica dentro la cartella clinica elettronica. Il passaggio decisivo verrà dopo: portare quei dati dentro gli uffici nei quali si decidono organici, risorse e modelli assistenziali. Perché documentare ciò che fanno gli infermieri è necessario. Continuare a non utilizzare quelle informazioni per governare il Ssn sarebbe soltanto un modo tecnologicamente più avanzato di non vederli.

Guido Gabriele Antonio

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