La Liguria vuole trasformare le ex portinerie dei grandi complessi residenziali in ambulatori affidati agli infermieri di famiglia e comunità. L’idea avvicina l’assistenza agli anziani, ma per ora mancano delibera, organici, risorse e collegamenti con la rete territoriale. Perché spostare un infermiere più vicino alle abitazioni è utile soltanto se non lo si allontana da un altro servizio.
L’assistenza territoriale italiana sta facendo progressi straordinari. Dopo aver trovato le case della comunità, adesso ha trovato anche le portinerie. La Regione Liguria intende sperimentare l’infermiere di condominio: piccoli ambulatori ricavati nei locali inutilizzati dei grandi complessi residenziali, soprattutto quelli abitati da molte persone anziane o con ridotta autonomia.
L’infermiere di famiglia e comunità dovrebbe ricevere i residenti, effettuare attività assistenziali e, quando necessario, raggiungere le persone direttamente negli appartamenti. L’idea è interessante. Per una volta la prossimità non viene misurata attraverso la distanza tra il cittadino e un nuovo edificio sanitario, ma portando il professionista nel luogo in cui le persone vivono.
Il problema è che, per il momento, esiste soprattutto l’annuncio. Il progetto non risulta ancora approvato dalla Giunta regionale. Sarebbe stato individuato un primo grande condominio a Genova e sarebbe previsto un sopralluogo, con l’obiettivo di avviare la sperimentazione entro la fine del 2026. Successivamente dovrebbe essere attivato almeno un presidio in ogni provincia.
Non sono stati però definiti numero degli infermieri, orari, modalità di accesso, attività garantite, copertura economica e criteri con i quali verranno scelti i condomini. Soprattutto, non è stato spiegato da dove arriverà il personale.
L’assessore regionale ha affermato che, se necessario, gli infermieri verranno assunti. È una risposta rassicurante e, proprio per questo, insufficiente. Tra “se servono si assumono” e l’ingresso di un professionista in servizio esistono autorizzazioni, risorse, concorsi, graduatorie e candidati disponibili.
Nel frattempo, la Liguria dispone già di infermieri di famiglia e comunità impegnati nell’assistenza domiciliare. Se saranno loro a coprire i nuovi ambulatori, bisognerà sapere quali attività lasceranno e chi li sostituirà. Perché un infermiere non si duplica quando cambia la sede del turno.
Se viene spostato dal distretto alla portineria, il territorio non ha guadagnato un professionista. Ha soltanto cambiato il luogo nel quale trovarlo. E se per aprire un presidio condominiale si riducono visite domiciliari o attività distrettuali, la prossimità rischia di essere costruita sottraendo prossimità altrove.
Il Dm 77 del 2022 individua nell’infermiere di famiglia e comunità una figura centrale della nuova assistenza territoriale e indica uno standard orientativo di un professionista ogni 3mila abitanti. Il decreto non istituisce però una professione diversa chiamata “infermiere di condominio”.
Il nome può essere comunicativamente efficace, ma non deve generare l’ennesima etichetta. Non servono un infermiere di quartiere, uno di condominio, uno di scala e magari uno di pianerottolo. Serve una rete nella quale lo stesso professionista possa prendere in carico una popolazione definita, operando negli ambulatori, a domicilio e nelle strutture territoriali secondo i bisogni.
Il punto non è moltiplicare le denominazioni. È collegare i luoghi. Un ambulatorio dentro un grande condominio potrebbe avere molte funzioni utili: monitoraggio delle cronicità, educazione terapeutica, valutazione dei bisogni, prevenzione, controllo dell’aderenza, orientamento ai servizi e individuazione precoce delle fragilità.
Potrebbe inoltre raggiungere persone che oggi accedono con difficoltà agli ambulatori o che arrivano ai servizi soltanto quando il problema si è aggravato. Ma queste attività producono valore solo se vengono integrate con medicina generale, assistenza domiciliare, specialistica, servizi sociali, case della comunità e centrali operative territoriali.
Altrimenti avremo un infermiere molto vicino geograficamente e molto isolato organizzativamente. Chi segnalerà le persone da prendere in carico? Quali dati potrà consultare il professionista? Dove documenterà gli interventi? Come comunicherà con il medico di famiglia? Chi attiverà l’assistenza domiciliare o i servizi sociali? Chi seguirà il cittadino dopo una dimissione ospedaliera?
Senza queste risposte, l’ambulatorio rischia di diventare un punto nel quale misurare parametri e distribuire consigli, senza la possibilità di governare il percorso successivo. La prossimità, infatti, non coincide con la presenza fisica. È la capacità di intercettare un bisogno e accompagnarlo fino alla risposta.
Anche la scelta dei condomini dovrà essere trasparente. La dimensione dell’edificio può facilitare l’efficienza del servizio, ma non basta a definire il bisogno. Un grande complesso residenziale non è necessariamente il luogo con maggiore fragilità sanitaria. Andrebbero considerati età della popolazione, condizioni socioeconomiche, diffusione delle cronicità, isolamento, barriere architettoniche, distanza dai servizi e frequenza degli accessi evitabili al pronto soccorso.
Se si parte soltanto dai condomini capaci di offrire gratuitamente un locale, il rischio è che il servizio segua la disponibilità immobiliare invece della vulnerabilità assistenziale. Il progetto dovrebbe quindi nascere come sperimentazione misurabile. Prima dell’avvio servono popolazione assegnata, attività previste, dotazione professionale aggiuntiva, orari e indicatori.
Dopo alcuni mesi bisognerebbe verificare quante persone fragili siano state identificate, quanti piani assistenziali siano stati attivati, quali accessi impropri siano stati evitati e quanto sia migliorata la continuità con medici e servizi territoriali. Contare gli ambulatori aperti sarebbe facile. Capire se abbiano migliorato l’assistenza sarebbe più utile.
L’infermiere di condominio può essere una buona idea se rappresenta una modalità flessibile attraverso la quale l’infermiere di famiglia raggiunge una comunità concreta. Diventa invece l’ennesimo progetto-vetrina se viene aggiunto a una rete già frammentata senza personale, processi e responsabilità.
La Liguria ha individuato la portineria. Adesso deve trovare gli infermieri, definire il percorso e spiegare quale risultato intenda ottenere. Perché la sanità territoriale non diventa più vicina semplicemente entrando in un palazzo. Diventa più vicina quando, dopo aver suonato il campanello, sa anche che cosa fare.
Guido Gabriele Antonio
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