Nel 2050 più di un italiano su tre potrebbe avere almeno 65 anni, mentre la popolazione in età lavorativa continuerà a ridursi. Non è soltanto una questione demografica: è la prova generale della sostenibilità del Ssn.
Nel 2050 oltre un terzo della popolazione italiana potrebbe avere almeno 65 anni. Gli ultraottantacinquenni supererebbero il 7% e la popolazione in età lavorativa si ridurrebbe sensibilmente. Il Paese, insomma, sta invecchiando con una precisione statistica che la programmazione sanitaria non sembra ancora avere raggiunto.
Le nuove previsioni demografiche dell’Istat descrivono uno scenario che dovrebbe occupare stabilmente l’agenda sanitaria. Nel 2025 le persone con almeno 65 anni rappresentano il 24,7% della popolazione; nello scenario mediano raggiungerebbero il 34,5% nel 2050. Nello stesso periodo, la quota tra 15 e 64 anni scenderebbe dal 63,4% al 55,3%.
Sono previsioni e non certezze. L’Istat invita correttamente alla prudenza, soprattutto per gli orizzonti più lontani. Ma una tendenza appare particolarmente solida: avremo proporzionalmente più persone esposte a cronicità, fragilità e non autosufficienza e meno popolazione in età attiva disponibile per finanziare e sostenere il welfare. Il problema, quindi, non è soltanto vivere più a lungo. È capire come, dove e con quali professionisti saranno assistite le persone durante quegli anni.
Un sistema costruito prevalentemente sull’ospedale e sull’episodio acuto non può rispondere da solo a una popolazione più anziana. La cronicità richiede continuità, monitoraggio, educazione terapeutica, assistenza domiciliare, integrazione sociosanitaria e capacità di intercettare precocemente il deterioramento. Richiede, soprattutto, professionisti presenti nei luoghi in cui le persone vivono, non soltanto quando arrivano in pronto soccorso. Per questo l’infermieristica non è una semplice voce occupazionale. È una delle infrastrutture essenziali del welfare futuro.
Negli ultimi anni abbiamo istituito l’infermiere di famiglia e comunità, definito nuovi standard territoriali e finanziato case e ospedali di comunità. Abbiamo prodotto contenitori, modelli e sigle. Resta da assicurare la parte meno fotogenica ma decisiva: personale stabile, competenze, coordinamento e continuità assistenziale.
Le strutture possono essere inaugurate in pochi mesi. Una rete professionale territoriale richiede anni di programmazione, formazione e reclutamento. Se aspetteremo che l’invecchiamento si trasformi completamente in domanda assistenziale, sarà troppo tardi per recuperare i professionisti mancanti con un altro concorso straordinario.
La situazione è ancora più delicata nel Mezzogiorno. Secondo lo scenario mediano, la popolazione meridionale passerebbe da 19,7 milioni nel 2025 a 16,7 milioni nel 2050. Le aree interne perderebbero residenti più rapidamente dei centri urbani. Questo non significa automaticamente minori bisogni: può significare comunità più anziane, disperse, con reti familiari indebolite e servizi più difficili da mantenere.
In territori come la Puglia e la provincia di Brindisi, programmare l’assistenza significa quindi ragionare su distanze, mobilità, solitudine, disponibilità dei caregiver, trasporti e accesso digitale. Copiare un modello urbano e distribuirlo uniformemente sulla carta geografica non produce equità. Produce servizi formalmente presenti e concretamente irraggiungibili.
La tecnologia potrà aiutare, ma non sostituire le relazioni professionali. Telemonitoraggio, fascicolo sanitario elettronico e centrali operative possono rendere più efficiente la presa in carico. Senza infermieri, medici, assistenti sociali e case manager che leggano i dati e intervengano, rimangono piattaforme molto sofisticate per osservare a distanza un bisogno senza risposta.
Occorre quindi trasformare le previsioni demografiche in programmazione sanitaria. Ogni Regione dovrebbe stimare il fabbisogno di professionisti per territorio e livello di complessità, incrociandolo con pensionamenti, iscrizioni universitarie, abbandoni, mobilità e capacità reale di trattenere il personale.
Non basta calcolare quanti infermieri mancano oggi. Bisogna sapere quanti ne serviranno tra cinque, dieci e quindici anni, quali competenze dovranno possedere e in quali servizi dovranno lavorare. Servono inoltre indicatori capaci di misurare la presa in carico, non soltanto le prestazioni erogate: ricoveri evitabili, accessi ripetuti in pronto soccorso, aderenza terapeutica, continuità dopo la dimissione, cadute, lesioni da pressione, supporto ai caregiver e permanenza sicura al domicilio.
La sfida demografica non si governa aumentando indiscriminatamente le attività. Si governa modificando l’organizzazione attorno ai bisogni reali della popolazione. Dire che gli infermieri saranno decisivi è corretto, ma insufficiente. Decisivo è anche renderli disponibili, formarli, retribuirli adeguatamente, riconoscerne le competenze e costruire carriere capaci di trattenerli nel servizio pubblico. Altrimenti avremo finalmente riconosciuto la centralità della professione nel momento esatto in cui non riusciremo più a trovarne abbastanza.
L’Istat ci sta mostrando il Paese che potremmo avere nel 2050. La politica sanitaria dovrebbe cominciare a spiegare quale assistenza intende offrirgli. Perché l’invecchiamento non è un’emergenza improvvisa. È una trasformazione annunciata con decenni di anticipo. Se ci faremo trovare impreparati, non potremo dire che non avevamo i dati. Potremo soltanto ammettere che, ancora una volta, avevamo preferito commentarli invece di programmare.
Guido Gabriele Antonio
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