In due ospedali marchigiani oltre quattro professionisti su dieci dichiarano di aver pensato spesso o sempre di lasciare. Tra carichi, stipendi e carriere inesistenti, il vero mistero è perché qualcuno continui a stupirsi.
In uno studio condotto negli ospedali di Ascoli Piceno e San Benedetto del Tronto il 31,1% degli infermieri intervistati ha dichiarato di aver pensato spesso di abbandonare la professione nell’ultimo anno. Un altro 10,8% ha risposto di averci pensato sempre. Sommando le due percentuali si arriva al 41,9%. Quasi quattro partecipanti su dieci guardano la porta d’uscita con una certa insistenza, mentre le istituzioni continuano a organizzare convegni per capire dove siano finiti gli infermieri.
I dati provengono da 241 questionari compilati su 600 professionisti invitati. Lo studio è trasversale, riguarda due stabilimenti della stessa azienda e utilizza un campione di convenienza. Non possiamo quindi sostenere che il 41,9% di tutti gli infermieri italiani stia preparando le dimissioni. Pensare di lasciare, inoltre, non significa necessariamente farlo. Qualcuno resta per necessità economica, mancanza di alternative o perché cambiare vita richiede energie che il lavoro ha già provveduto a consumare.
I risultati, però, non arrivano esattamente da Marte. Carico di lavoro, esaurimento, retribuzione, scarso riconoscimento e assenza di prospettive professionali ricorrono da anni nella letteratura. Anche lo studio BENE aveva rilevato un’ampia diffusione del burnout e una forte insoddisfazione legata soprattutto allo stipendio e alle limitate possibilità di carriera. Ricerche più recenti confermano il peso dell’esaurimento emotivo e dei turni sull’intenzione di abbandonare la professione. Cambiano campioni, ospedali e questionari, ma le risposte, con una certa ostinazione, rimangono le stesse.
Il problema è che il Ssn continua spesso a trattare l’intenzione di lasciare come una fragilità individuale. Si propone il corso sulla resilienza, il webinar sul benessere e magari qualche tecnica per respirare meglio durante il turno. Tutto utile, purché non venga il sospetto che a dover diventare resiliente sia l’organizzazione. Perché non esiste esercizio di respirazione capace di compensare organici insufficienti, riposi saltati, aggressioni, demansionamento e uno stipendio che riconosce le responsabilità soprattutto dal punto di vista penale.
Un infermiere non decide di andarsene solo perché è stanco. Può decidere di farlo quando non vede un futuro. Se dopo una laurea, master, competenze ed esperienza, la progressione consiste essenzialmente nel ricevere più attività con la stessa collocazione, l’organizzazione sta comunicando un messaggio molto chiaro: puoi crescere professionalmente, purché ciò non produca conseguenze concrete. Le aziende chiedono specializzazione, flessibilità e responsabilità, ma quando si parla di carriera scoprono improvvisamente il valore dell’uguaglianza: quasi tutti fermi allo stesso punto.
L’intention to leave dovrebbe essere trattata come un indicatore precoce di rischio organizzativo. Le aziende dovrebbero rilevarla periodicamente e collegarla a carichi, assenze, straordinari, trasferimenti, leadership, sviluppo professionale e cure omesse. Dovrebbero inoltre distinguere tra chi vuole cambiare reparto, chi vuole lasciare l’azienda e chi pensa di abbandonare definitivamente l’infermieristica. Sono problemi differenti e richiedono risposte differenti. Ma per rispondere bisognerebbe prima ascoltare: attività meno spettacolare di un nuovo piano di assunzioni annunciato in conferenza stampa.
La carenza infermieristica non comincia quando un professionista presenta le dimissioni. Comincia molto prima, quando entra in turno senza risorse sufficienti, smette di sentirsi riconosciuto e comprende che tra cinque anni la sua posizione sarà probabilmente identica, con qualche responsabilità in più e qualche collega in meno. Le dimissioni sono soltanto l’ultimo documento prodotto da un processo organizzativo già visibile.
Quasi il 42% del campione ha pensato spesso o sempre di lasciare. Il dato non rappresenta tutti gli infermieri italiani, ma dovrebbe essere sufficiente per evitare la solita domanda scandalizzata: perché se ne vanno?. La domanda corretta è un’altra: dopo aver costruito condizioni tanto efficaci per spingerli fuori, perché dovrebbero restare?
Guido Gabriele Antonio
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