Home Infermieri Laureati, autonomi e… tappabuchi: gli infermieri secondo le aziende sanitarie
InfermieriNT NewsProfilo professionale

Laureati, autonomi e… tappabuchi: gli infermieri secondo le aziende sanitarie

Condividi
La FNOPI prende posizione sul demansionamento
Condividi

Quando mancano gli oss l’organizzazione trova subito la soluzione: utilizzare gli infermieri. Una flessibilità molto comoda per le aziende, molto meno per professionisti e cittadini.

L’infermiere italiano è un professionista laureato, autonomo, responsabile dell’assistenza generale infermieristica e titolare di competenze cliniche, educative, relazionali e organizzative. Almeno fino a quando non manca un operatore socio-sanitario. In quel momento la laurea scompare, l’autonomia professionale entra in pausa e l’infermiere torna a essere la figura universale del Servizio sanitario nazionale: somministra terapie, valuta bisogni, gestisce emergenze, pianifica l’assistenza e, già che c’è, copre tutto ciò che l’organizzazione non è riuscita a garantire.

Non serve una disposizione formale. Basta quella frase pronunciata con l’aria di chi sta difendendo la sanità pubblica: “Siamo in emergenza”. Un’emergenza così improvvisa da ripetersi ogni giorno, in ogni turno e spesso per anni.

Una recente denuncia del Coina fotografa un fenomeno tutt’altro che marginale. Secondo i dati presentati dal sindacato, il 94,5% degli infermieri coinvolti nella rilevazione avrebbe svolto attività non riconducibili al proprio profilo. Il numero è impressionante, ma deve essere interpretato correttamente. Il problema non è stabilire se un infermiere possa rifare un letto, aiutare una persona nell’igiene o intervenire in un bisogno assistenziale di base.

L’assistenza non può essere ridotta a una guerra dei confini nella quale ciascun professionista difende il proprio metro quadrato e il paziente aspetta che qualcuno decida di chi sia la competenza. L’infermiere rimane responsabile dell’assistenza generale e deve intervenire quando le condizioni cliniche, la sicurezza o la complessità della persona lo richiedono. Una cosa, però, è collaborare all’interno di un processo assistenziale. Altra cosa è essere utilizzato stabilmente per sostituire il personale che l’azienda non ha assunto.

La differenza si chiama organizzazione. Ed è proprio qui che la retorica dell’emergenza mostra tutta la sua comodità. Se l’infermiere collabora occasionalmente con l’oss durante la mobilizzazione di una persona complessa, non sta perdendo la propria identità professionale: sta garantendo sicurezza e integrazione.

Se invece trascorre sistematicamente una parte significativa del turno coprendo attività attribuite a un profilo differente perché gli oss non sono presenti in numero sufficiente, non siamo più davanti alla collaborazione. Siamo davanti a una scelta aziendale. Una scelta che consente di risparmiare sugli organici, assorbendo la carenza con il personale già disponibile. Il sistema non risolve il problema: lo trasferisce sulle spalle dell’infermiere e poi lo chiama flessibilità.

La normativa, peraltro, non è particolarmente misteriosa. Il Dm 739 del 1994 attribuisce all’infermiere la responsabilità dell’assistenza generale infermieristica e le funzioni di identificazione dei bisogni, pianificazione, gestione e valutazione degli interventi. La Legge 42 del 1999 ha eliminato il vecchio mansionario e superato definitivamente la definizione di professione sanitaria “ausiliaria”. La legge 251 del 2000 ha riconosciuto autonomia professionale e responsabilità nella pianificazione dell’assistenza.

Abbiamo quindi impiegato decenni per passare dall’infermiere esecutore al professionista responsabile dei processi, salvo poi scoprire che, nell’organizzazione quotidiana, il mansionario abolito continua a vivere come un fantasma: non esiste più nelle norme, ma ricompare ogni volta che bisogna coprire un buco in turno.

Anche la giurisprudenza ha tracciato un limite importante. La Corte di Cassazione ha chiarito che l’impiego occasionale in attività inferiori può essere giustificato da esigenze eccezionali e temporanee, ma l’utilizzazione abituale dell’infermiere in sostituzione dell’oss può configurare demansionamento. Con l’ordinanza n. 87 del 2 gennaio 2026 la Suprema Corte è tornata sulla necessità di esaminare concretamente frequenza, durata e incidenza delle mansioni assegnate.

Non basta quindi che l’azienda inserisca quelle attività dentro una generica esigenza assistenziale: occorre verificare se la collaborazione sia davvero episodica oppure sia diventata un modello ordinario di gestione del personale. E quando una presunta eccezione occupa stabilmente i turni, chiamarla emergenza non la rende meno programmabile. La rende soltanto un’emergenza organizzata.

Le conseguenze non riguardano soltanto la dignità professionale. Quando l’infermiere viene assorbito sistematicamente da attività che dovrebbero essere garantite attraverso un’adeguata presenza di oss, diminuisce il tempo disponibile per la valutazione clinica, la pianificazione, l’educazione sanitaria, la prevenzione delle complicanze, la documentazione e la continuità assistenziale. Il demansionamento, quindi, non è semplicemente una questione sindacale e non può essere liquidato come suscettibilità di categoria.

È un problema di qualità e sicurezza. Se un infermiere impegnato a sostituire stabilmente un altro profilo non riesce a rivalutare un paziente fragile, intercettare un deterioramento o preparare correttamente una dimissione, il costo organizzativo ricade sul cittadino. L’azienda risparmia una presenza in turno, ma il sistema può pagare quell’assenza attraverso eventi evitabili, ritardi, assistenza mancata e maggiore rischio clinico.

Bisogna però evitare anche la scorciatoia opposta. Difendere la professionalità infermieristica non significa guardare dall’alto in basso il lavoro degli oss, come se alcune attività fossero indegne e altre più nobili. L’oss svolge una funzione essenziale e complementare all’assistenza infermieristica. Il problema non è eseguire un’attività “bassa”, ma utilizzare male competenze differenti.

Se manca l’oss, l’infermiere viene demansionato. Se manca l’infermiere, all’oss possono essere progressivamente affidate attività oltre i suoi confini. In entrambi i casi l’organizzazione risponde alla carenza confondendo i profili. E quando le competenze diventano intercambiabili soltanto perché mancano lavoratori, non stiamo costruendo integrazione multiprofessionale: stiamo legalizzando l’improvvisazione.

La risposta, dunque, non può limitarsi ai ricorsi individuali. Servono dotazioni organiche costruite sulla complessità assistenziale, una programmazione distinta ma integrata di infermieri e oss, sistemi trasparenti di rilevazione delle attività improprie, responsabilità chiare per coordinatori e direzioni e indicatori sulle cure infermieristiche omesse.

Ogni azienda dovrebbe sapere quanto tempo professionale viene sottratto alle attività infermieristiche per compensare altre carenze. Perché ciò che non viene misurato può essere facilmente negato, e ciò che viene chiamato spirito di sacrificio finisce spesso per nascondere una precisa inefficienza gestionale.

Per anni è stato spiegato agli infermieri che dovevano studiare, assumersi responsabilità, sviluppare competenze avanzate e diventare protagonisti dell’assistenza. Poi, una volta laureati, li abbiamo utilizzati come soluzione universale a ogni assenza. Professionisti autonomi nelle leggi, jolly organizzativi nei turni.

Il demansionamento non nasce dalla disponibilità dell’infermiere ad aiutare, ma dall’abitudine delle aziende a trasformare quella disponibilità in un modello strutturale. Collaborare è assistenza. Sostituire continuamente chi manca è cattiva programmazione. E la cattiva programmazione, anche quando indossa il camice dell’emergenza, rimane cattiva programmazione.

Guido Gabriele Antonio

Articoli correlati

Condividi

Lascia un commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli Correlati
ConcorsiEmilia RomagnaLavoroNT NewsO.S.S.Regionali

Asp Progetto Persona (Regione Emilia-Romagna): concorsi per 4 posti da infermiere e 10 posti da oss

L’Asp Progetto Persona (Regione Emilia-Romagna) ha indetto due concorsi pubblici, per soli esami,...

ConcorsiLavoroMoliseNT NewsRegionali

Asrem (Molise): concorso per 16 posti da infermiere

L’Azienda Sanitaria Regionale Molise (Asrem) ha indetto un concorso pubblico, per titoli...

Donald Trump al Rose Garden durante le dichiarazioni su vaccini e autismo, con richiamo alle evidenze scientifiche dell’OMS
CittadinoNT NewsPrevenzione

Trump rilancia il legame tra vaccini e autismo: cosa dice la scienza

Il presidente Usa propone dosi separate per i bambini, ma OMS e...