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Infermiere non è solo sanità pubblica

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"Infermieri in fuga dai contratti di lavoro al ribasso": la denuncia di Cgil Fp Sanità privata convenzionata Abruzzo-Molise
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C’è un’Italia che cura in silenzio, lontana dai talk show televisivi e dalle discussioni parlamentari. È una sanità che ogni giorno si prende cura di pazienti anziani, fragili, disabili, politraumatizzati, di chi convive con demenza, Parkinson, esiti di ictus, Sla, emorragie cerebrali, dei ragazzi diversamente abili, dei ragazzi autistici, di chi attraversa una fase psicologica delicata in un percorso riabilitativo psichiatrico.

È una sanità che non fa rumore, di cui nessuno parla nei dibattiti parlamentari. E’ nelle Rsa, nei centri di riabilitazione, nelle cliniche accreditate, negli ospedali classificati. È fatta di infermieri, oss, fisioterapisti, logopedisti, educatori, terapisti occupazionali, assistenti sociali: persone che ogni mattina indossano una divisa, un camice, per prendersi cura di chi è più fragile.

Quando si parla di carenza infermieristica si pensa quasi sempre al pronto soccorso, alla corsia d’ospedale pubblico. È un’immagine vera, ma parziale. E ripetuta a lungo, diventa un mito. I numeri dell’Albo Fnopi, però, raccontano altro. Al 30 giugno 2026 gli iscritti erano 464.193. I dipendenti del Ssn, all’ultimo dato disponibile (31 dicembre 2025), erano circa 283.939. Poi ci sono circa 29mila infermieri liberi professionisti e altri 5.770 registrati all’estero.

Il resto, circa 150mila professionisti, non è un errore: è la fotografia di una professione che per un terzo vive fuori dall’ospedale pubblico e lavora in cliniche accreditate, Rsa ex articolo 26, riabilitazione, Adi, hospice, psichiatria territoriale. Allargando lo sguardo, il personale infermieristico impiegato nella sola sanità accreditata italiana, tra strutture socio-sanitarie e altro, rappresenta appunto un terzo degli iscritti all’Ordine.

Sono loro che, da quattordici anni, aspettano il rinnovo del Contratto: chi lavora nei centri di riabilitazione e nelle Rsa aderenti ad Aris Rsa e Aiop Rsa. Sono loro che aspettano da otto anni: chi lavora negli ospedali classificati e nelle cliniche aderenti ad Aris e Aiop. Non è distrazione: è tempo che passa su vite ferme, mentre la spesa, l’affitto, il carburante continuano a salire.

Vale la pena essere precisi. I DRG per i codici ospedalieri sono stati adeguati dal Governo, e alle Regioni va dato il tempo tecnico per recepirli. Le rette delle strutture ex articolo 26 e le tariffe ambulatoriali, invece, restano ferme da anni: i vincoli di bilancio regionali sono reali, ma difficilmente bastano da soli a spiegare un immobilismo così lungo. È una competenza regionale che andrebbe esercitata con più tempestività, dentro un coordinamento più stretto tra Stato e Regioni.

In questi mesi si parla, giustamente, di cercare infermieri altrove: dal Sudamerica, all’Asia centrale, passando per l’Est Europa. È una necessità reale: i professionisti che vengono da fuori meritano retribuzione giusta, diritti, organizzazione e accoglienza. Ma c’è una domanda che vale per chiunque, a prescindere da dove venga: tra paga base, EDR e le poche indennità previste (soprattutto notturna e festiva), un infermiere in una struttura Aris Rsa o Aiop Rsa arriva con una retribuzione netta al mese di 1.400-1.480 euro, con affitti, energia, carburante e spesa saliti alle stelle. Non è una questione di provenienza: è questione di sostenibilità della vita, qui come altrove. Prima di cercare, si potrebbe rispondere a chi c’è già.

È un discorso che riguarda oltre 300mila persone – il numero che le stesse organizzazioni sindacali di categoria richiamano da mesi – che ogni giorno scelgono di restare, di curare, di esserci, aspettando da anni una risposta che compete allo Stato dare. Riconoscerli non è un favore. È restituire a chi ha continuato a esserci la stessa dignità che si chiede, giustamente, per chi arriva.

Dott. Daniele Leone
Infermiere – Coordinatore infermieristico

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