Ogni volta che un infermiere o un medico viene aggredito in Pronto Soccorso, il dibattito pubblico segue uno schema ormai consolidato. Si parla di inasprimento delle pene, di maggiore presenza delle forze dell’ordine, di nuove telecamere e di protocolli di sicurezza. Misure certamente importanti, ma che affrontano quasi esclusivamente l’effetto finale di un problema molto più complesso. Perché la violenza non nasce nel momento in cui un pugno colpisce un operatore sanitario. Quello è soltanto l’ultimo anello di una catena fatta di sovraffollamento, attese interminabili, carenza di personale, burnout e crescente sfiducia dei cittadini verso il sistema sanitario. È questa la riflessione proposta nell’editoriale “Breaking the Circle at the Front Door: Violence, Burnout, and the Exodus from European Emergency Departments”, pubblicato su Cureus da Giuseppe Fumai, Francesco Menolascina e Claudio Morelli, che invita a leggere la violenza nei Dipartimenti di Emergenza non come un episodio isolato, ma come il sintomo di una crisi organizzativa che sta investendo molti sistemi sanitari europei.
Gli autori descrivono un circolo vizioso difficile da interrompere.
L’aumento delle aggressioni alimenta stress, esaurimento emotivo e burnout tra gli operatori. Il burnout, a sua volta, spinge molti professionisti ad abbandonare il Pronto Soccorso o la professione, aggravando ulteriormente la carenza di personale. Meno personale significa carichi di lavoro più elevati, tempi di attesa più lunghi e una maggiore pressione sugli operatori rimasti. In questo contesto cresce inevitabilmente anche la frustrazione dei pazienti e dei familiari, creando le condizioni perché nuovi episodi di violenza si ripetano. Il risultato è un sistema che progressivamente consuma le proprie risorse umane proprio nei servizi che dovrebbero rappresentare la prima risposta del Servizio sanitario alle emergenze.
Il punto più interessante dell’editoriale è che sposta il dibattito dalla sicurezza individuale alla responsabilità organizzativa.
La violenza non viene negata né giustificata, ma viene inserita in un quadro più ampio in cui affollamento, boarding, carenza di posti letto, insufficiente integrazione con il territorio e difficoltà di accesso alle cure contribuiscono a trasformare il Pronto Soccorso nel luogo in cui si scaricano tutte le inefficienze del sistema sanitario. In altre parole, il Pronto Soccorso smette di essere soltanto un reparto e diventa il termometro dello stato di salute dell’intero Servizio sanitario. Se la medicina territoriale non intercetta la cronicità, se le liste d’attesa impediscono l’accesso alle prestazioni, se mancano posti nelle strutture intermedie, è inevitabile che il cittadino finisca per rivolgersi al Pronto Soccorso, alimentando un sovraffollamento che rende sempre più difficile garantire sicurezza, qualità assistenziale e serenità lavorativa.
Questa prospettiva riguarda molto da vicino anche l’Italia.
Negli ultimi anni il legislatore ha introdotto nuove norme contro le aggressioni al personale sanitario, mentre le aziende hanno investito in sistemi di videosorveglianza, pulsanti di allarme e campagne di sensibilizzazione. Tutti interventi utili, ma che rischiano di essere insufficienti se non accompagnati da un ripensamento dell’organizzazione. Proteggere gli operatori significa certamente aumentare la sicurezza, ma significa anche ridurre il sovraffollamento, migliorare i percorsi territoriali, assumere personale, sostenere il benessere organizzativo e restituire attrattività a un settore dal quale sempre più professionisti scelgono di andare via. La violenza, infatti, non rappresenta soltanto un problema di ordine pubblico: è anche una delle cause che alimentano la crisi delle vocazioni nell’emergenza-urgenza.
Forse è proprio questa la domanda che l’editoriale di Giuseppe Fumai, Francesco Menolascina e Claudio Morelli lascia ai decisori politici. Continueremo a misurare il problema contando il numero delle aggressioni, oppure inizieremo a chiederci perché i Pronto Soccorso europei stiano diventando luoghi sempre meno attrattivi per chi ci lavora e sempre più frustranti per chi vi accede? Perché spezzare il circolo della violenza non significa soltanto proteggere gli operatori. Significa ricostruire un’organizzazione capace di impedire che quella violenza trovi terreno fertile.
Guido Gabriele
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