Il governatore pugliese teme una sanità a due velocità: scontro con i colleghi di Lombardia e Veneto su risorse, personale sanitario e diritto alle cure.
È scontro aperto sull’autonomia differenziata in sanità tra il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, e i governatori di Lombardia e Veneto, Attilio Fontana e Alberto Stefani. Al centro del confronto politico, questioni destinate ad avere un impatto diretto sul Servizio sanitario nazionale: disponibilità delle risorse, assunzioni di personale sanitario, tariffe, prestazioni aggiuntive, mobilità dei pazienti e capacità delle Regioni di garantire cure uniformi.
La discussione si è riaccesa dopo l’avanzamento dell’iter delle pre-intese tra Governo e Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria, che comprendono anche la materia “tutela della salute – Coordinamento della finanza pubblica”. Gli schemi sono stati esaminati dal Parlamento nel corso degli ultimi mesi e lo scorso 13 luglio il ministro della Salute, Orazio Schillaci, è stato audito dalle Commissioni parlamentari proprio su questo passaggio. (Senato della Repubblica)
Secondo Decaro, il rischio è che l’autonomia differenziata finisca per aumentare le differenze già esistenti tra i sistemi sanitari regionali, creando una maggiore capacità competitiva per le Regioni economicamente più forti nell’attrarre pazienti, strutture private e professionisti sanitari.
Decaro: “Chi ha meno possibilità di spesa resta indietro”
Il confronto è esploso dopo le dichiarazioni di Attilio Fontana e Alberto Stefani. Il governatore lombardo ha respinto l’idea che l’autonomia differenziata possa danneggiare altri territori, sostenendo che una sua corretta applicazione possa anzi produrre vantaggi per le Regioni. Ha inoltre accusato Decaro di trasformare la questione in una battaglia politica.
Il presidente del Veneto, Alberto Stefani, ha invece posto l’accento sulle possibilità concesse alle Regioni considerate più efficienti di utilizzare con maggiore flessibilità alcune risorse sanitarie. Ed è proprio questo il punto contestato dal governatore pugliese.
“Il punto è esattamente quella possibilità di spesa”, ha replicato Decaro, sottolineando come non tutte le Regioni dispongano della stessa capacità finanziaria. Secondo il presidente della Puglia, il risultato potrebbe essere un sistema nel quale i territori più forti riescono ad aumentare l’offerta sanitaria, mentre quelli con minori margini di bilancio rischiano di perdere ulteriormente terreno.
La preoccupazione riguarda in particolare i cittadini: secondo Decaro, il principio da tutelare resta quello dell’uguaglianza nell’accesso alle cure, indipendentemente dalla Regione di nascita o di residenza.
Cosa potrebbero ottenere Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria
Il tema dell’autonomia differenziata in sanità non si esaurisce nel confronto politico Nord-Sud. Gli schemi delle intese preliminari prevedono infatti strumenti concreti di gestione della sanità. Secondo il resoconto ufficiale del Senato, le quattro Regioni interessate potrebbero acquisire maggiori facoltà nella gestione delle risorse finanziarie sanitarie.
Tra queste figurano la possibilità di:
- definire tariffe di rimborso e remunerazione differenti rispetto a quelle nazionali, finanziandole con risorse regionali;
- gestire autonomamente risorse statali destinate agli investimenti sul patrimonio edilizio e tecnologico sanitario;
- istituire e gestire fondi sanitari integrativi;
- destinare risorse alle aziende sanitarie per assumere personale sanitario o incrementare le prestazioni aggiuntive;
- riallocare in altri settori della spesa sanitaria eventuali economie ottenute su risorse nazionali vincolate.
Proprio la possibilità di intervenire sul personale rappresenta uno degli aspetti più delicati per medici, infermieri e professionisti sanitari. Regioni con maggiori disponibilità finanziarie potrebbero infatti avere più strumenti per incrementare l’offerta, finanziare prestazioni aggiuntive e rafforzare gli organici. Secondo i critici della riforma, ciò potrebbe intensificare la competizione territoriale per professionisti che sono già oggi difficili da reperire.
Le garanzie per il Ssn previste dalle pre-intese
Va precisato che il testo delle pre-intese contiene specifiche clausole di salvaguardia. Gli schemi stabiliscono che la maggiore autonomia debba rispettare la garanzia uniforme dei livelli essenziali di assistenza (Lea), l’accesso equo alle prestazioni sanitarie e l’equilibrio economico-finanziario del settore.
Inoltre viene espressamente indicato che le nuove competenze non dovrebbero modificare il finanziamento complessivo del Servizio sanitario nazionale, i criteri di riparto delle risorse nazionali e degli investimenti e dovrebbero mantenere la neutralità degli effetti anche nei confronti delle altre Regioni e della mobilità sanitaria. È proprio sulla capacità concreta di queste garanzie di evitare nuovi squilibri che si concentra però lo scontro politico e istituzionale.
Mobilità sanitaria: Puglia a -131,8 milioni, Lombardia a +385,7 milioni
I numeri mostrano perché il tema della mobilità sanitaria sia particolarmente sensibile per il Mezzogiorno. Una relazione SVIMEZ sull’attuazione dell’autonomia differenziata, rilanciata dall’Ufficio statistico della Regione Puglia, fotografa differenze molto marcate.
Nel 2024 la Lombardia ha registrato un saldo attivo della mobilità sanitaria di circa 385,7 milioni di euro, mentre il Veneto ha chiuso a +111,9 milioni e il Piemonte a circa +10 milioni. La Puglia presenta invece un saldo negativo di circa 131,8 milioni di euro, peggiorato del 3,9% rispetto al 2023.
In termini concreti, significa che una parte rilevante delle risorse destinate alla sanità pugliese segue i pazienti che scelgono di curarsi in strutture di altre Regioni. Un fenomeno sul quale la stessa Regione Puglia sta già cercando di intervenire. Nurse Times ha documentato nei mesi scorsi il piano regionale finalizzato al recupero della mobilità passiva e al rafforzamento dell’offerta sanitaria interna.
Il rischio della fuga di medici e infermieri
Per Decaro la questione non riguarda solamente i pazienti, ma anche il personale. Il timore espresso dal governatore pugliese è quello di una maggiore capacità delle Regioni economicamente più forti di attrarre medici, infermieri e altri professionisti sanitari, soprattutto se potranno disporre di strumenti economici e organizzativi più flessibili. Il tema assume particolare rilievo in un Servizio sanitario nazionale che già deve confrontarsi con carenze di organico, difficoltà di reclutamento e differenze territoriali nell’offerta assistenziale.
La Fondazione GIMBE, durante l’audizione parlamentare del 10 giugno 2026, ha chiesto di sospendere l’iter o di prevedere una moratoria fino alla definizione dei Lep sanitari, dei relativi costi standard e di un sistema nazionale in grado di monitorare l’impatto delle autonomie su accesso alle cure ed equità.
La Corte Costituzionale aveva già corretto la Legge Calderoli
Sul percorso dell’autonomia differenziata pesa inoltre la sentenza n. 192 del 2024 della Corte Costituzionale, che non ha dichiarato incostituzionale l’autonomia differenziata nel suo complesso, ma ha censurato diversi punti della Legge n. 86/2024. Tra gli aspetti ritenuti illegittimi vi erano la possibilità di trasferire genericamente intere materie, anziché specifiche funzioni, e alcune disposizioni relative alla determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni (Lep).
La Corte ha chiarito che il trasferimento delle funzioni deve essere giustificato secondo il principio di sussidiarietà e accompagnato da un’adeguata istruttoria. Ed è su questa cornice costituzionale che la Puglia prepara una nuova battaglia. Decaro ha infatti annunciato l’intenzione della Regione di rivolgersi nuovamente alla Corte Costituzionale contro il percorso delle nuove intese, invitando anche le altre Regioni meridionali a costruire un fronte comune.
Autonomia differenziata: la sanità diventa il vero terreno dello scontro
Il confronto tra Puglia, Lombardia e Veneto è quindi destinato a proseguire: da una parte Lombardia e Veneto rivendicano la possibilità di utilizzare maggiore autonomia e flessibilità per migliorare l’efficienza dei propri sistemi sanitari; dall’altra Decaro teme che, partendo da condizioni economiche e organizzative profondamente diverse, concedere le stesse leve a tutte le Regioni possa produrre risultati molto differenti, rafforzando chi dispone già di maggiori risorse.
La questione decisiva sarà capire se le garanzie previste dalle pre-intese saranno realmente sufficienti a impedire che si allarghi la distanza tra i Servizi sanitari regionali. Per infermieri, medici, operatori sanitari e cittadini la partita va ben oltre lo scontro politico tra governatori: riguarda il futuro del Servizio sanitario nazionale, la distribuzione del personale, la mobilità dei pazienti e soprattutto la possibilità di continuare a garantire lo stesso diritto alla salute da Nord a Sud.
Redazione Nurse Times
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