La crisi infermieristica, già drammaticamente fotografata dagli ultimi dati della Fondazione Gimbe, rischia di manifestarsi con particolare intensità nei prossimi anni proprio nel comparto sociosanitario extraospedaliero.
Il quadro nazionale è noto: secondo l’ultimo report Gimbe, presentato dal presidente Nino Cartabellotta durante la lectio magistralis #GIMBE30 all’Università Sapienza di Roma, l’Italia si colloca al 23esimo posto su 31 Paesi europei dell’area Ocse per numero di infermieri, con 6,9 professionisti ogni 1.000 abitanti, a fronte di una media Ocse di 9,5.
Il dato più preoccupante riguarda tuttavia l’attrattività della professione: nell’anno accademico 2025-2026, per la prima volta, le domande di accesso ai corsi di laurea in Infermieristica sono state inferiori ai posti disponibili – 18.836 domande, a fronte di 20.409 posti a bando, secondo l’elaborazione della Conferenza nazionale dei corsi di laurea delle Professioni sanitarie –, con un rapporto domande/posti crollato da 1,6 nel 2020-2021 a 0,9 nell’ultimo anno accademico. Un calo dell’11,1% in un solo anno, che si inserisce in una flessione strutturale del 54,2% nell’arco degli ultimi 15 anni.
Se questi numeri preoccupano il sistema sanitario nel suo complesso, nel comparto sociosanitario privato accreditato – Rsa, residenze protette, centri di riabilitazione, strutture per la disabilità e l’autismo, centri diurni, comunità terapeutiche per doppie diagnosi, lungodegenze – il rischio è destinato ad amplificarsi ulteriormente.
A differenza dell’ambito ospedaliero pubblico, il settore sociosanitario extraospedaliero è attraversato da una vera e propria frammentazione contrattuale: oltre ai contratti ARIS e AIOP per le strutture sanitarie private, nel comparto sociosanitario-assistenziale-educativo operano almeno una quindicina di contratti collettivi nazionali distinti – tra cui AGIDAE, ANASTE, ANFFAS, UNEBA, le diverse intese delle cooperative sociali e quello più recente di Confcommercio Salute, Sanità e Cura –, ciascuno con proprie tabelle retributive e discipline normative.
Questa frammentazione si somma, in alcune strutture, all’esternalizzazione di servizi ausiliari – pulizie, mensa, portierato – tramite contratti multiservizi, con un ulteriore effetto di segmentazione delle tutele all’interno della stessa équipe assistenziale. Una pluralità che genera un divario che va ben oltre la sola retribuzione base: il differenziale economico per un infermiere può arrivare, in molte strutture, a 600-700 euro mensili in meno rispetto al Servizio sanitario nazionale, portando gli stipendi di ingresso anche a 1.300-1.400 euro netti mensili.
A questo si aggiunge un orario di lavoro più esteso: mentre il Ccnl del comparto Sanità pubblica e i contratti dell’ospedalità privata accreditata (AIOP, ARIS) prevedono un orario ordinario di 36 ore settimanali, nella gran parte delle strutture sociosanitarie – Rsa, case di riposo, comunità – i contratti applicati (UNEBA, AGIDAE, cooperative sociali) fissano l’orario a 38 ore settimanali, con turni distribuiti su mattina, pomeriggio e notte.
A questa differenza si sommano l’assenza in molte strutture di indennità professionali specifiche e di buoni pasto, e istituti di tutela della genitorialità – come il congedo parentale – talvolta computati come assenza ai fini dei premi di incentivazione. Non è un caso che i contratti ARIS RSA e AIOP RSA restino privi di rinnovo dal 2012: un vuoto contrattuale ormai ultradecennale che si somma al più ampio gap segnalato da GIMBE tra Italia ed Europa.
A questo si affianca un fenomeno di dumping contrattuale tra le stesse strutture accreditate, che nella competizione per trattenere personale sempre più scarso finiscono talvolta per applicare condizioni al ribasso, aggravando ulteriormente carichi di lavoro già elevati su organici cronicamente sottodimensionati.
Emerge così un paradosso significativo: pur in assenza di rinnovi contrattuali e di un adeguamento strutturale dei diritti, alcune strutture scelgono di attrarre i nuovi assunti con strumenti extra-contrattuali flessibili – premi una tantum, welfare aziendale, contributi per l’alloggio o vitto e alloggio in struttura –, anziché investire nel rinnovo dei Ccnl. Una scelta che, se da un lato risponde all’urgenza di coprire i vuoti di organico, dall’altro rischia di consolidare un modello di attrattività estemporaneo e non strutturale, incapace di garantire quella stabilità contrattuale che sola può arginare l’abbandono della professione.
Il risultato è una spirale che si autoalimenta: minore attrattività economica e normativa rispetto al pubblico, condizioni di lavoro più gravose, minore capacità di trattenere i professionisti già formati. In assenza di interventi strutturali – armonizzazione contrattuale, adeguamento tariffario, riconoscimento della funzione essenziale che queste strutture svolgono per il Ssn –, il rischio concreto nei prossimi anni è che il comparto sociosanitario extraospedaliero debba fare sempre più affidamento sul reclutamento di migliaia di infermieri e operatori socio-sanitari provenienti da Paesi extraeuropei per colmare vuoti di organico che il sistema formativo italiano non riesce più a coprire.
Una prospettiva che pone interrogativi non solo economici, ma di sostenibilità complessiva del sistema di cura territoriale, e che merita una riflessione istituzionale tempestiva, prima che la carenza si trasformi in una vera e propria emergenza assistenziale per le fasce più fragili della popolazione.
Dott. Daniele Leone
Infermiere – Coordinatore infermieristico
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