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CNDDU: “In Puglia molti giovani con disabilità restano esclusi dal lavoro. L’inclusione non può interrompersi con la scuola”

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Riceviamo e pubblichiamo un comunicato stampa a firma del professor Romano Pesavento (foto), presidente del Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani (CNDDU).

Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani (CNDDU) esprime viva preoccupazione per quanto denunciato dalla stampa in merito alla condizione di molti giovani con disabilità in Puglia che, una volta concluso il percorso scolastico, si trovano improvvisamente privi di qualsiasi efficace accompagnamento verso il mondo della formazione e del lavoro. È una situazione che chiama in causa direttamente le istituzioni e impone una riflessione profonda sul significato autentico dell’inclusione.

La scuola italiana, pur tra note difficoltà organizzative e carenze di risorse, rappresenta uno dei luoghi in cui il principio costituzionale di uguaglianza sostanziale trova quotidiana applicazione. Docenti, famiglie e professionisti costruiscono percorsi educativi finalizzati allo sviluppo delle competenze, dell’autonomia e della partecipazione attiva degli studenti con disabilità. Troppo spesso, tuttavia, questo patrimonio di esperienze si interrompe bruscamente con il conseguimento del diploma, lasciando spazio a un vuoto istituzionale che rischia di compromettere anni di lavoro educativo.

L’ordinamento italiano non è privo di strumenti normativi. La Legge n. 68 del 1999 sul collocamento mirato, la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia con la Legge n. 18 del 2009, e gli articoli 3, 4 e 38 della Costituzione delineano con chiarezza il dovere della Repubblica di rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena partecipazione delle persone con disabilità alla vita sociale e lavorativa. Ciò che continua a mancare è la concreta capacità delle istituzioni di dare piena attuazione a tali principi attraverso politiche pubbliche coordinate, continuative e verificabili.

La più avanzata riflessione giuridica considera oggi i diritti non semplicemente come posizioni giuridiche formalmente riconosciute, ma come diritti effettivamente esigibili. Analogamente, la pedagogia inclusiva, ispirata al modello bio-psico-sociale dell’ICF dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, insegna che la disabilità non coincide con la condizione della persona, ma nasce dall’interazione tra le caratteristiche individuali e le barriere presenti nell’ambiente. È dunque il contesto che deve essere trasformato affinché ciascuno possa esprimere il proprio progetto di vita.

In questa prospettiva appare non più rinviabile la costruzione di una reale continuità tra scuola e lavoro. Occorre che il progetto educativo individualizzato trovi naturale prosecuzione in un progetto di transizione verso l’età adulta, elaborato congiuntamente dalle istituzioni scolastiche, dai servizi sociosanitari, dai centri per l’impiego, dal sistema produttivo e dalle famiglie. È altresì necessario rendere stabile la presenza di figure professionali specializzate nell’accompagnamento lavorativo, rafforzare il monitoraggio sull’effettiva applicazione della Legge n. 68 del 1999 e prevedere forme di valutazione pubblica dell’operato delle amministrazioni chiamate a garantire tali diritti. Solo una governance realmente integrata può impedire che il termine del percorso scolastico coincida con l’inizio di una nuova forma di esclusione.

Il CNDDU ritiene che il diritto al lavoro delle persone con disabilità non possa continuare a dipendere dalla sensibilità di singole amministrazioni o dalla disponibilità di progetti sperimentali destinati a esaurirsi nel tempo. La tutela dei diritti umani richiede programmazione, continuità amministrativa e responsabilità istituzionale. L’inclusione non può essere affidata all’eccezionalità delle buone pratiche, ma deve diventare la regola dell’azione pubblica.

La vera discriminazione del nostro tempo non consiste soltanto nel negare un diritto, ma nel riconoscerlo formalmente senza creare le condizioni affinché possa essere esercitato. È questa la distanza che separa la proclamazione dei diritti dalla loro effettiva realizzazione. Un giovane che consegue un diploma dopo un percorso scolastico inclusivo e viene successivamente lasciato privo di opportunità lavorative non sperimenta il fallimento del proprio progetto di vita, bensì quello delle istituzioni chiamate a garantirlo.

La cultura dei diritti umani impone oggi un cambio di paradigma: non è la persona a dover dimostrare di meritare l’inclusione, ma è la Repubblica a dover dimostrare, con atti concreti e politiche efficaci, di essere all’altezza dei principi costituzionali che proclama. La credibilità dello Stato di diritto si misura proprio nei passaggi più delicati dell’esistenza delle persone. Se il diritto all’istruzione si interrompe sulla soglia del diritto al lavoro, viene meno il senso stesso del progetto costituzionale di emancipazione, dignità e piena cittadinanza.

Redazione Nurse Times

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