Una riflessione sulle dichiarazioni del ministro Schillaci.
Le dichiarazioni del ministro della Salute, Orazio Schillaci (foto), che definisce le case di comunità come la “terza gamba” del Servizio sanitario nazionale, rappresentano un’importante occasione di confronto sul futuro della sanità italiana. L’obiettivo di rafforzare la medicina territoriale è pienamente condivisibile e risponde a un’esigenza emersa con forza durante la pandemia: garantire una presa in carico più vicina ai cittadini, ridurre gli accessi impropri ai pronto soccorso e migliorare la continuità assistenziale.
Proprio perché la riforma è strategica, è utile analizzare, con dati alla mano, il ruolo che già oggi svolge la rete sociosanitaria e riabilitativa accreditata all’interno del Servizio sanitario nazionale. L’articolo 32 della Costituzione tutela il diritto universale alla salute, mentre la Legge n. 833 del 1978, istitutiva del Servizio sanitario nazionale, ha costruito un modello fondato sull’integrazione tra prevenzione, cura, riabilitazione e assistenza.
In questa architettura la riabilitazione non rappresenta un settore marginale, ma una funzione essenziale del percorso assistenziale, così come le strutture sociosanitarie accreditate costituiscono da decenni una componente stabile della rete pubblica dei servizi. Per questo motivo definire oggi le case di comunità come il “terzo pilastro” della sanità rischia di trasmettere un messaggio incompleto sotto il profilo tecnico-normativo.
Quel terzo livello, infatti, esiste già ed è rappresentato dall’insieme delle strutture riabilitative ex articolo 26, dei centri di riabilitazione, delle residenze sanitarie assistenziali, delle strutture dedicate alla salute mentale, alla disabilità, all’autismo, alla non autosufficienza e a tutte quelle realtà che assicurano continuità assistenziale dopo la fase acuta della malattia. Realtà che lo stesso DM 77/2022 non ridefinisce né sostituisce, ma affianca nell’ambito della programmazione regionale.
È proprio in queste strutture che ogni giorno vengono assistite persone colpite da ictus ischemici ed emorragici, gravi cerebrolesioni acquisite, malattie neurologiche degenerative come la Sla e il Parkinson, demenze, disabilità complesse, patologie psichiatriche, esiti traumatici e numerose altre condizioni che richiedono percorsi riabilitativi intensivi, estensivi e sociosanitari.
Si tratta di strutture che operano con équipe multiprofessionali altamente specializzate, composte da fisiatri, neurologi, geriatri, medici specialisti, infermieri, operatori socio-sanitari, fisioterapisti, logopedisti, terapisti occupazionali, psicologi, assistenti sociali e altri professionisti della salute. Realtà che garantiscono assistenza continuativa, spesso 24 ore su 24, e che rappresentano un patrimonio organizzativo costruito in decenni di esperienza.
A questo elemento se ne affianca un altro, di natura socio-territoriale, altrettanto rilevante sul piano dell’analisi di sistema. Negli ultimi 20 anni numerosi piccoli ospedali sono stati progressivamente chiusi o ridimensionati, soprattutto nelle aree interne e montane, caratterizzate da un progressivo spopolamento. In molti di questi territori la presenza delle strutture sociosanitarie accreditate ha rappresentato un presidio fondamentale non soltanto per l’assistenza sanitaria, ma anche per la tenuta sociale ed economica delle comunità locali: hanno mantenuto servizi dove altri presidi venivano meno, hanno creato occupazione stabile e hanno garantito prossimità assistenziale ai cittadini più fragili.
Alla luce di questa realtà è necessario definire con chiarezza, in sede di programmazione regionale, il rapporto tra le nuove case di comunità e la rete sociosanitaria già esistente, per evitare sovrapposizioni organizzative e duplicazioni di funzioni rispetto a servizi già garantiti dalle strutture accreditate. Una rete moderna non dovrebbe creare servizi paralleli, ma integrare quelli già presenti, valorizzando le competenze costruite in decenni di attività assistenziale.
Il nodo più critico dell’intero processo di riforma resta, tuttavia, la disponibilità di personale sanitario. Il monitoraggio indipendente dell’Osservatorio Gimbe sul Servizio sanitario nazionale, condotto sui dati Agenas relativi allo stato di attuazione della Missione Salute del Pnrr, indica che, al 31 dicembre 2025, poco meno della metà delle case di comunità programmate a livello nazionale risultava avere almeno un servizio dichiarato attivo, con una quota ancora più contenuta per gli ospedali di comunità e con marcate disomogeneità regionali.
Lo stesso Osservatorio Gimbe ha più volte segnalato che il pieno funzionamento delle strutture – condizione necessaria per la rendicontazione finale del Pnrr – è ostacolato in primo luogo dalla carenza di personale sanitario, in particolare infermieristico, definita dalla Fondazione una vera emergenza nazionale, e dal non pieno coinvolgimento dei medici di medicina generale.
Oggi il Servizio sanitario nazionale vive una carenza strutturale di medici, infermieri, operatori socio-sanitari, fisioterapisti, logopedisti e numerose altre figure professionali. Molti concorsi pubblici registrano una partecipazione insufficiente. I medici di medicina generale sono sempre meno numerosi. Sia le aziende sanitarie pubbliche sia le strutture accreditate incontrano crescenti difficoltà nel reperire personale qualificato.
Va peraltro ricordato che, secondo gli standard organizzativi definiti dal DM 77/2022, un ospedale di comunità è pienamente operativo solo se garantisce presenza medica per almeno quattr-cinque ore al giorno per sei giorni su sette e assistenza infermieristica continuativa nell’arco delle 24 ore. Requisiti che rendono la disponibilità di personale un fattore abilitante, prima ancora che organizzativo, dell’intera riforma.
È quindi necessario interrogarsi su dove verranno reperite le migliaia di professionisti necessari per rendere pienamente operative le case di comunità e gli ospedali di comunità previsti dal Pnrr. La sostenibilità di qualsiasi riforma dipende prima di tutto dalla disponibilità delle risorse umane e dalla capacità di programmare il fabbisogno professionale nel medio e lungo periodo.
Un’altra riflessione riguarda il concetto stesso di prossimità. La medicina territoriale non si realizza esclusivamente attraverso la costruzione di nuovi edifici: si concretizza quando il cittadino riesce ad avere un medico di medicina generale nelle aree interne, un’assistenza domiciliare realmente presente, servizi infermieristici continuativi, guardie mediche efficienti, specialisti accessibili e percorsi di cura integrati tra ospedale, territorio e riabilitazione.
Anche la prevenzione rappresenta da anni una funzione consolidata del Servizio sanitario nazionale, grazie al lavoro svolto dai medici di medicina generale, dai pediatri di libera scelta, dai dipartimenti di prevenzione, dai consultori, dai servizi vaccinali e dai distretti sanitari. Le case di comunità potranno certamente rafforzare il coordinamento di tali attività, ma non sostituire una rete professionale già esistente.
I cittadini, oggi, chiedono soprattutto risposte concrete: ridurre le liste di attesa, garantire visite specialistiche in tempi appropriati, diminuire il sovraffollamento dei pronto soccorso, assicurare continuità assistenziale dopo il ricovero ospedaliero e offrire servizi realmente accessibili anche nelle aree periferiche. Per raggiungere questi obiettivi è necessario superare una logica di compartimenti separati.
Le case di comunità, gli ospedali di comunità, gli ospedali per acuti, l’assistenza domiciliare, la medicina generale e la rete sociosanitaria e riabilitativa accreditata devono diventare componenti di un unico sistema integrato, nel quale ogni struttura svolga funzioni complementari e non sovrapponibili. Le strutture accreditate non rappresentano un’alternativa al Ssn: ne fanno parte a pieno titolo, operando sulla base della programmazione regionale e dell’accreditamento istituzionale, contribuendo quotidianamente alla tutela della salute pubblica e alla presa in carico delle persone più fragili.
L’auspicio è che la riforma della medicina territoriale prevista dal Pnrr diventi l’occasione per valorizzare tutte le risorse già presenti nel Paese, evitando duplicazioni organizzative e utilizzando in maniera efficiente competenze, professionalità e strutture che da decenni operano al servizio dei cittadini.
La vera innovazione non consiste nell’aggiungere nuovi tasselli a un sistema già complesso, ma nel costruire una rete realmente integrata, capace di mettere in relazione prevenzione, ospedale, riabilitazione e assistenza sociosanitaria. Solo così sarà possibile dare piena attuazione ai principi dell’articolo 32 della Costituzione e realizzare un Servizio sanitario nazionale moderno, sostenibile e realmente vicino alle persone.
Dott. Daniele Leone
Infermiere – Coordinatore infermieristico
Fonti
- Legge 23 dicembre 1978, n. 833
- DM 23 maggio 2022, n. 77
- Osservatorio Gimbe sul Servizio sanitario nazionale, monitoraggio indipendente sull’attuazione della Missione Salute del Pnrr (dati Agenas aggiornati al 31 dicembre 2025)
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