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Case di comunità, dai dati Agenas emerge la mancanza di oltre 2.500 medici e quasi 7mila infermieri. Rischio flop?

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Case della comunità, pubblicate le Linee di indirizzo Agenas
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I dati riportati nel seguente articolo del Sole 24 Ore, sulla base delle rilevazioni Agenas, mostrano che il principale ostacolo alla realizzazione delle case di comunità previste dal Pnrr, a meno di un mese dalla scadenza del 30 giugno, non riguarda le strutture, ma la disponibilità di medici e infermieri.

Le case di comunità (CdC) finanziate con 2 miliardi dal Pnrr e nate per garantire visite, primi esami e prevenzione sono a rischio flop? Ministero della Salute e Regioni cercano soluzioni praticabili, ma il nodo è chiaro: senza personale, molte sedi rischiano di restare sulla carta o di funzionare solo a metà, tra resistenze sindacali e contrasti politici.

Il Pnrr prevedeva 1.350 case della comunità, poi ridotte a 1.038 con la rimodulazione del 2023. La programmazione concordata con il ministero della Salute è però salita a 1.715 strutture. La quota extra-Pnrr dovrebbe essere coperta con fondi ex articolo 20 della Legge 67/1988, fondi di coesione, Fondo opere indifferibili e risorse regionali o provinciali.

Le carenze di medici e infermieri nelle case di comunità

L’ultima rilevazione Agenas, a meno di un mese dalla scadenza Pnrr del 30 giugno 2026, conta 781 CdC con almeno un servizio attivo. Ma solo 204 hanno presenza medica conforme al DM 77/2022 e 216 presenza infermieristica: da qui la stima di oltre 2.500 medici e quasi 7mila infermieri a tempo pieno mancanti. Il rischio non è automaticamente perdere i fondi europei, perché molte strutture sono fuori dal Pnrr o finanziate con altri canali.

Il rischio vero è sanitario e organizzativo: edifici aperti ma senza presa in carico effettiva, medici, infermieri, specialisti, PUA (punto unico di accesso), assistenza domiciliare e collegamento stabile con il territorio. Le Regioni cercano quindi margini di manovra. Le risposte cambiano, ma il punto resta lo stesso: la riuscita delle CdC dipende dal personale, non solo dai cantieri.

La corsa delle Regioni a trovare i medici

Dopo la proposta del ministro Orazio Schillaci di prevedere medici di medicina generale dipendenti dal Ssn nelle case di comunità, bocciata da sindacati e maggioranza di Governo, il Veneto ha rilanciato un’altra ipotesi: usare di più medici già dipendenti del Servizio sanitario nazionale, ospedalieri e territoriali, compresi gli ambulatoriali delle Asl, per alcune attività nelle CdC. Anche questa strada ha incontrato il no dei sindacati ospedalieri, per vincoli contrattuali e rischio di indebolire ospedali già sotto organico.

L’idea, però, non è trasferire stabilmente i medici fuori dagli ospedali, ma consentire attività orarie nelle case di comunità , prestazioni specialistiche territoriali e più integrazione tra ospedale e territorio. La logica è semplice: se le assunzioni non arrivano in tempo, si prova a usare meglio professionisti già presenti nel sistema. Altre Regioni si muovono nella stessa direzione, con soluzioni più o meno mature e spesso ancora da verificare sul campo.

Le esperienze già avviate e le scelte delle Regioni

Emilia-Romagna e Toscana partono da una tradizione territoriale forte. La prima integra Mmg, pediatri, specialisti ambulatoriali e case di comunità in una rete multiprofessionale radicata. La seconda valorizza case della salute, AFT, specialisti ambulatoriali e infermieri di famiglia: molti MMG restano convenzionati, ma lavorano in parte dentro le CdC.

Veneto e Lombardia usano leve più organizzative. Il Veneto punta anche su telemedicina e specialisti da remoto. La Lombardia ragiona su AFT (aggreazioni funzionali territoriali), accordi della medicina generale, cooperative, professionisti esterni e privato accreditato: una piattaforma flessibile, ma con rischio di frammentazione.

Il Friuli Venezia Giulia lavora su continuità ospedale-territorio e infermieristica territoriale, con più ruolo degli infermieri nella gestione dei cronici e nel coordinamento con medici di medicina generale, specialisti e servizi sociali.

Il Piemonte sperimenta équipe condivise tra distretti e specialisti su più CdC, per evitare personale fisso in ogni sede. La Provincia autonoma di Trento guarda a infermieri a competenze avanzate per follow-up, cronicità e, dove possibile, prescrizioni limitate, e dichiara raggiunti i target Pnrr per case e ospedali di comunità. Bolzano ha programmato 10 CdC con aperture graduali, pur con il nodo del personale nelle aree periferiche e bilingui.

Liguria, Lazio, Campania, Marche e Valle d’Aosta offrono esempi puntuali: telemonitoraggio e servizi infermieristici anche nelle farmacie; rete Asl Roma 2 con 22 CdC e 2 OdC (ospedali di comunità) completate; modello operativo campano recepito dalle Asl; Punti Salute e formazione IFeC (infernieri di famiglia e comunità) nelle Marche; ambulatori ad accesso diretto ad Aosta e Châtillon. Puglia e Sardegna puntano su infermieri di famiglia e modelli multi-presidio con telemedicina.

Le tendenze e il rischio di ambulatori sotto-organico

Dal confronto regionale emergono quattro tendenze. La prima è far entrare i medici di famiglia nelle case di comunità tramite ore dedicate, AFT, accordi integrativi o linee regionali, più che trasformando subito il rapporto convenzionale in dipendenza. Veneto, Lombardia e Piemonte mostrano tre varianti dello stesso problema: portare più medicina generale e più medici nelle strutture senza rompere subito l’impianto attuale.

La seconda è la centralità dell’infermiere di famiglia e comunità. Toscana, Umbria, Marche, Sardegna, Puglia e Abruzzo hanno approvato atti o percorsi formativi, ma il caso di Taranto ricorda che formare infermieri non basta se poi mancano collocazione, budget, atti aziendali e turni nelle case di comunità.

La terza è non ripartire da zero: Emilia-Romagna e Toscana trasformano case della salute e AFT; la Sicilia prova a evolvere i PTA; il Veneto deve collegare le Medicine di gruppo integrate alle nuove CdC. È la strada più prudente: meno nuove insegne, più continuità con ciò che funzionava.

La quarta è che molti esempi restano attivazioni parziali: PUA, ambulatori infermieristici, accesso diretto, Punti Salute, COT (centrali operative territoriali), telemedicina, qualche specialista, continuità assistenziale. Sono tasselli utili, ma non bastano a far funzionare una CdC secondo il DM 77. Dove il territorio era già forte, la CdC può diventare un’evoluzione; dove mancavano distretti, medici aggregati e infermieri territoriali, il rischio resta una nuova insegna su un vecchio poliambulatorio sottorganico.

Redazione Nurse Times

Fonte: Il Sole 24 Ore

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