C’è un focus sulla professione infermieristica tra le priorità indicate nel Rapporto Italia 2026 dell’Eurispes, giunto quest’anno alla 38esima edizione. Il dossier mette in fila i consueti numeri sulla carenza assoluta, sullo squilibrio nel rapporto tra medici e infermieri rispetto agli altri Paesi, sull’ondata imminente di pensionamenti, sull’attrattività del percorso universitario e sulle differenze retributive.
Fnopi tiene a sottolineare come il Rapporto contenga qualche piccola imprecisione sul numero di cancellazioni dall’Albo nazionale per trasferimenti all’estero o in altri settori: nel 2025 ci sono state 245 cancellazioni per trasferimento all’estero e 5.103 per cessata attività. Quindi circa la metà di quanto indicato da Eurispes, che riporta il dato complessivo di 10mila cancellazioni, che però comprendono altre motivazioni, come morte e morosità. Comunque un numero, quello delle 10.469 cancellazioni del 2025, in calo rispetto alle 11.589 del 2022, compensato dalle nuove iscrizioni (13.601 censite nell’ultimo anno).
Esaurita la panoramica statistica, il Rapporto Eurispes prende in considerazione alcune proposte per migliorare la situazione della professione infermieristica e, cominciando da un dato del Regno Unito, passa in rassegna le esperienze di diversi Paesi, focalizzandosi su un dato di notevole interesse: “L’introduzione di percorsi di carriera clinica avanzata aumenta il tasso di permanenza nella professione del 15% rispetto ai modelli a carriera piatta”.
È in questo solco che si inserisce il concetto di task shifting. Guardando all’Europa, il dossier mostra come questa pratica sia già una realtà consolidata e di successo: nel Regno Unito, circa 26.800 infermieri con ruoli di Advanced Practice o Nurse Practitioner gestiscono in autonomia tra il 60% e l’80% dei casi minori nei servizi di See and Treat, e il 65% degli studi di medicina generale impiega almeno un infermiere avanzato per la gestione delle acuzie minori e della cronicità.
Modelli virtuosi si registrano anche nei Paesi nordici – come in Norvegia, dove gli infermieri specialisti di comunità gestiscono il follow-up post-dimissione tramite piattaforme digitali condivise – e in Germania, con il progetto AGnES a supporto dei medici nelle aree rurali. Una riorganizzazione che, secondo i dati Ocse, genera anche un importante ritorno economico: ogni euro investito nell’infermieristica di comunità avanzata produce un risparmio stimato di 2,4 euro in minori accessi al pronto soccorso e degenze evitate.
Nel contesto italiano, continua EURISPES, la declinazione operativa più rilevante di questa strategia è rappresentata dall’infermiere di famiglia. Introdotta dal Decreto-legge 34/2020 e ridisegnata dal Dm 77/2022, questa figura prevede uno standard di un IFeC ogni 3mila abitanti, articolandosi sui tre livelli assistenziali di ambulatorio, domicilio e comunità, differenziandosi dai modelli anglosassoni per una spiccata propensione al coordinamento territoriale, piuttosto che all’autonomia diagnostica individuale.
Tuttavia l’attuazione pratica viaggia in forte ritardo rispetto alle necessità: gli IFeC effettivamente operativi sono stimati in circa 3mila, ossia appena il 15% del fabbisogno reale (pari a circa 20mila professionisti). Il rischio concreto, scrive Eurispes, è quello di inaugurare “scatole vuote”: su 1.723 case della comunità programmate con circa 2 miliardi di euro di risorse Pnrr in scadenza al 31 dicembre 2026, solo 46 risultano oggi pienamente operative con medici e infermieri.
Un segnale di forte innovazione è però arrivato dai cosiddetti decreti “12 maggio”, che accanto alle specialistiche in cure neonatali e pediatriche e cure intensive e nell’emergenza, hanno introdotto la laurea magistrale in Infermieristica nelle cure primarie e di famiglia e comunità, riconoscendo per la prima volta a livello universitario una competenza prescrittiva. Una svolta cruciale, per la quale rimangono tuttavia ancora in corso di definizione i necessari riconoscimenti contrattuali e i protocolli nazionali sui confini di autonomia.
La professione infermieristica, dunque, come pilastro fondamentale nell’immaginare il futuro della salute e della sanità italiana. Perché, come scrive nelle sue considerazioni Gian Maria Fara, presidente Eurispes: “Una popolazione meno sana è una popolazione meno produttiva, più impaurita e più vulnerabile. La privatizzazione totale o il mantenimento dello status quo non possono essere le vie d’uscita. L’attesa è quella di una riforma coraggiosa che rimetta al centro il cittadino, che investa sul personale sanitario, che ridisegni la medicina di territorio, che utilizzi la tecnologia per abbattere le diseguaglianze di accesso”.
Redazione Nurse Times
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