C’è qualcosa di antico nella reazione di alcune sigle mediche contro l’estensione delle prescrizioni infermieristiche. Non antico in senso nobile. Antico in senso medievale. Perché il dibattito sembra riportarci a un’epoca in cui esistevano i nobili e il popolo. I primi custodivano le torri, le chiavi, i sigilli. I secondi lavoravano nei campi, tenevano in piedi il regno, ma non potevano oltrepassare le mura. Quando il popolo chiedeva più diritti, non si apriva un confronto. Si alzava il ponte levatoio.
Oggi non si parla di feudi, ma di prescrizioni. Non di stemmi araldici, ma di competenze professionali. Eppure la dinamica sembra sorprendentemente familiare: quando gli infermieri chiedono di ampliare responsabilità e strumenti operativi, parte una levata di scudi. Sicurezza. Appropriatezza. Confini da non superare. Argomentazioni legittime, in apparenza. Ma che suonano sempre nella stessa tonalità: custodire la soglia.
Il punto non è se un’estensione delle competenze debba essere regolata, formata, strutturata. È ovvio che sì. Il punto è perché ogni avanzamento professionale venga percepito come un’invasione di territorio. Sembra quasi che il problema non sia la sicurezza del paziente, ma la difesa del castello. E qui la satira si fa inevitabile: nel Medioevo i nobili avevano potere politico. Decidevano chi poteva fare cosa, chi poteva accedere alle cariche, chi poteva salire di rango. Il popolo poteva lavorare, ma non avanzare.
Quando oggi si respinge l’idea che un infermiere possa prescrivere in determinati ambiti con formazione adeguata, protocolli chiari e responsabilità definite, il messaggio implicito è lo stesso: il rango non si tocca. Ma siamo nel 2026. Non nel 1326. E soprattutto viviamo in una Repubblica fondata sul lavoro, non sulla gerarchia di sangue o di titolo. L’articolo 1 della Costituzione non parla di caste. Non parla di nobiltà professionali. Parla di uguaglianza sostanziale e di dignità del lavoro.
La sanità moderna dovrebbe funzionare per competenze integrate, non per privilegi difesi. Per responsabilità condivise, non per torri isolate. Se l’argomento è la sicurezza, allora si investa in formazione, in percorsi strutturati, in modelli integrati. Se l’argomento è l’appropriatezza, allora si costruiscano protocolli condivisi. Ma se la risposta è solo “no”, allora il sospetto è che non si stia difendendo il paziente, ma una posizione.n E una professione sicura di sé non teme la crescita delle altre. La governa. La integra. La utilizza per rafforzare il sistema.
Nel Medioevo il popolo doveva attendere che qualcuno concedesse diritti dall’alto. Oggi i diritti professionali non si concedono: si costruiscono con competenze, responsabilità e legittimazione democratica. Il problema non è chi sta dentro il castello. Il problema è credere che il castello esista ancora.
Gabriele Antonio Guido
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