La Regione Lombardia vuole far arrivare 3.500 infermieri entro il 2027. Dopo i risultati non entusiasmanti in Sud America, si cambia strategia: si guarda altrove. Uzbekistan compreso.
Sembra il calciomercato estivo. Saltata la trattativa con il talento sudamericano, si apre il dossier centroasiatico. La spiegazione ufficiale fornita dall’assessore regionale al Welfare, Guido Bertolaso (foto) è disarmante, nella sua sincerità: in alcune aree il reclutamento non ha funzionato perché la differenza stipendiale offerta era “solo” del 30%. Non abbastanza per convincere professionisti a trasferirsi.
Fermiamoci un attimo su quel “solo”. Un aumento del 30% non basta a rendere attrattivo lavorare nel sistema sanitario della Lombardia. Non basta per lasciare il proprio Paese, cambiare continente, ricominciare da zero in un contesto nuovo. Questo dato, più di qualsiasi polemica, racconta una verità semplice: il potere salariale italiano è talmente basso che nemmeno all’estero viene percepito come occasione imperdibile.
Non è il Sud America che ha rifiutato l’Italia. È il mercato del lavoro sanitario italiano che si è rivelato poco competitivo anche fuori dai confini. E allora si cambia obiettivo. Sfuma la pista latino-americana? Si apre quella uzbeka. Come se il problema fosse geografico. Come se bastasse allargare la mappa per risolvere una questione strutturale.
Il messaggio implicito che arriva dalla lombardia è chiaro: se non troviamo infermieri disposti ad accettare queste condizioni qui o lì, li cerchiamo altrove. Non si discute il contratto, non si rivedono i carichi, non si ripensa l’organizzazione. Si cambia continente. È una politica di reclutamento che somiglia più a una campagna acquisti che a una riforma sanitaria.
Ma gli infermieri non sono figurine da scambiare. Non sono slot da riempire. Sono professionisti che fanno calcoli razionali. Se un aumento del 30% non basta, significa che il punto di partenza è troppo basso. Significa che il differenziale non compensa il costo umano, professionale e culturale di un trasferimento. Il paradosso è evidente: invece di chiederci perché lavorare in Lombardia non sia sufficientemente attrattivo, discutiamo di quali Paesi possano offrire un bacino più “disponibile”.
La carenza non è una calamità naturale. È una conseguenza di scelte politiche: stipendi compressi, carichi crescenti, organizzazioni che reggono grazie alla buona volontà di chi resta. E quando il sistema non riesce più a trattenere, prova a sostituire. Il Sud America rifiuta? Si va in Uzbekistan. L’Uzbekistan non basta? Si allargherà ancora il raggio.
Ma finché non si interviene sulle condizioni che hanno reso il lavoro poco attrattivo per gli infermieri italiani – e poco convincente perfino per chi vive a migliaia di chilometri –, la strategia resterà la stessa: cambiare provenienza, non cambiare regole. Un sistema davvero moderno non dovrebbe chiedersi da dove importare personale. Dovrebbe chiedersi perché il proprio lavoro non sia abbastanza forte da trattenere e attirare senza dover attraversare il mondo. Altrimenti non è una riforma. È solo una sessione di mercato.
Guido Gabriele Antonio
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