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Nuove lauree magistrali per infermieri, De Palma (Nursing Up): “Ben vengano, ma non sono la panacea di tutti i mali”

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“Sulle nuove lauree magistrali noi siamo i primi a dire che vanno nella direzione di una giusta evoluzione della professione. Ma da qui a dire che questo è il toccasana in grado di risolvere tutti i problemi dell’assistenza infermieristica italiana ce ne passa”. Esordisce così Antonio De Palma, presidente nazionale del sindacato Nursing Up, offrendo il suo contributo al dibattito sulle tre nuove lauree magistrali a indirizzo clinico per infermieri, approdate in Parlamento nei giorni scorsi.

“Sul piano pratico – prosegue De Palma – le nuove lauree creeranno una sorta di cortocircuito: i professionisti saranno formati, ma non troveranno una doverosa valorizzazione nei contratti. Sì, perché a latere dell’introduzione di questi nuovi percorsi di studio non c’è stato un lavoro politico di creazione di opportuni alvei contrattuali. Ciò significa che le nuove professionalità, dotate di maggiori competenze non saranno retribuite in maniera idonea”.

De Palma spiega quindi cosa intende quando parla di opportuni alvei cotrattuali: “Durante le contrattazioni al tavolo dell’Aran ci siamo opposti fermamente alla volontà politica di collocare i laureati magistrali nell’area di elevata qualificazione del comparto, a differenza di quanto accade per le altre professioni sanitarie, collocate invece nell’area della dirigenza. Ed è proprio in quest’area che i nuovi professionisti infermieri dovrebbero essere inquadrati, se davvero li si vuole valorizzare”.

Altra questione importante: la possibilità di prescrivere offerta agli infermieri dalle nuove lauree magistrali. De Palma propone un confronto con la realtà britannica: “Di norma, la laurea in Infermieristica nel Regno Unito ha una durata di tre anni ed è a tempo pieno, in modo analogo a quanto avviene in Italia. Al termine del percorso formativo l’infermiere consegue l’abilitazione professionale mediante registrazione presso il Nursing and Midwifery Council, che rappresenta l’autorità regolatoria della professione infermieristica nel sistema britannico”.

Fatta tale premessa, il presidente Nursing Up prosegue: “Nel contesto britannico, come in quello di altri Paesi, gli infermieri possono acquisire competenze prescrittive attraverso specifici percorsi post-registrazione. In particolare, esistono due principali qualifiche: la prima è quella di Community Practitioner Nurse Prescriber, che consente la prescrizione di un insieme circoscritto di farmaci, dispositivi e presidi previsti da un formulario dedicato: la seconda è la qualifica di Independent and Supplementary Prescriber, che abilita alla prescrizione di farmaci autorizzati, inclusi quelli sottoposti a controllo, purché nell’ambito della competenza clinica e professionale dell’infermiere”.

E ancora: “Per l’accesso e l’esercizio di entrambe queste funzioni prescrittive non è prevista, nel sistema britannico, l’obbligatorietà di una laurea magistrale. I requisiti richiesti consistono nell’essere infermiere regolarmente registrato, nel possesso di un’adeguata esperienza clinica maturata dopo la laurea di base, nella frequenza e nel superamento di corsi universitari specifici e accreditati per la prescrizione, nonché nella successiva registrazione della qualifica di prescriber presso l’ente regolatore”.

Cosa ne deriva? “Ne deriva che Nel Regno Unito la possibilità per l’infermiere di prescrivere non discende dal conseguimento di un titolo accademico di secondo livello, bensì dall’attribuzione di una funzione professionale ben delimitata, fondata su competenze certificate e su una formazione mirata all’atto prescrittivo. L’eventuale collocazione accademica di tali corsi in ambito post-laurea non equivale, né sul piano formale né su quello sostanziale, all’introduzione di una laurea magistrale generalista come pre-requisito necessario per la prescrizione”.

Quanto alla durata del corso per diventare Independent and/or Supplementary Prescriber (V300), De Palma ricorda che “secondo Health and Education cooperative, molti corsi per la qualifica di Independent and Supplementary Prescriber nel Regno Unito sono strutturati su un periodo di circa tre-sei mesi, tipicamente come programma part-time o blended learning (teoria + pratica), e spesso completati in circa sei mesi. Alla luce di ciò, appare improprio sostenere che l’esperienza inglese dimostri la necessità di una laurea magistrale per consentire agli infermieri italiani di svolgere attività prescrittive”.

Concludendo: “L’evoluzione della professione infermieristica e l’istituzione di nuovi percorsi accademici di secondo livello rappresentano certamente un valore positivo per la categoria e per il sistema sanitario nel suo complesso, ma tale scelta non può essere presentata come un presupposto inevitabile o come un obbligo derivante dai modelli adottati in altri Paesi, laddove la prescrizione infermieristica è invece regolata attraverso percorsi post-laurea specifici, funzionali e direttamente collegati alle competenze richieste dall’atto professionale”.

De Palma sposta quindi il tiro sulla carenza di personale: “In Italia mancano almeno 175mila infermieri. A fronte di tale emergenza, si lavora su un aspetto di nicchia, introducendo nuove lauree magistrali che certo non risolvono il problema. Ribadisco che sono favorevole all’evoluzioine dei percorsi formativi, ma non si può puntare esclusivamente su questo aspetto per arginare il fenomeno degli infermieri che abbandonano la professione o che vanno all’estero, spesso perché nauseati dalla loro mancata valorizzazione. Come sindacato Nursing Up, auspichiamo quindi che i nuovi laureati magistrali siano inseriti dal legislatore tra i dirigenti, venendo pagati e riconosciuti come tali”.

Redazione Nurse Times

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