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Assistenza territoriale: tutto molto bello. Peccato manchi il “chi”

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La nuova delega sull’assistenza territoriale arriva con un messaggio chiaro e rassicurante: l’ospedale, da solo, non basta più. Il futuro è sul territorio. Le persone vanno seguite nel tempo, non solo curate quando stanno male. Sanità e sociale devono lavorare insieme.


Letto così, sembra quasi un programma rivoluzionario. In realtà è un promemoria di ciò che sappiamo da anni: l’ospedale è sovraccarico, i pazienti cronici aumentano, le dimissioni sono sempre più precoci e il bisogno di continuità assistenziale cresce. Nessuna sorpresa. Nessuna rivelazione. Solo una presa d’atto tardiva. La delega fotografa bene il problema. E qui finisce la parte facile.


Il territorio come parola magica


Nel testo il territorio diventa una sorta di parola magica. Tutto si sposta lì: cure, presa in carico, integrazione, prossimità. Un luogo quasi mitologico dove le cose, per definizione, dovrebbero funzionare meglio.


Peccato che il territorio non sia un posto. È un sistema. E i sistemi non funzionano per decreto. Dire che bisogna seguire le persone nel tempo è corretto. Dire che sanità e sociale devono integrarsi è condivisibile. Ma dire come tutto questo dovrebbe accadere… Quello no.


La grande assenza


Nel testo si parla di funzioni, percorsi, integrazione, continuità. Si parla di tutto ciò che serve per far funzionare l’assistenza territoriale. Ma non si parla di chi dovrebbe farlo. Ed è qui che la delega diventa involontariamente comica.


Perché tutto ciò che viene descritto non può esistere senza una figura centrale, costante, presente sul territorio, capace di seguire le persone nel tempo, coordinare i servizi, educare, monitorare, intervenire prima che il problema diventi emergenza.


Eppure, questa figura non viene mai nominata come protagonista. Gli infermieri, nel testo, non compaiono. Non come perno. Non come riferimento. Non come architrave del sistema. E questo è curioso, per usare un eufemismo.


Un sistema che funziona… per sottintesi


La delega sembra dare per scontato che tutto accadrà da solo. Che i servizi si parleranno. Che la continuità si creerà. Che il territorio si organizzerà. Come se bastasse scriverlo.

Ma l’assistenza territoriale non è un’idea astratta. È fatta di persone che entrano nelle case, seguono pazienti cronici, intercettano fragilità, costruiscono relazioni, tengono insieme sanitario e sociale nella pratica quotidiana. Tutte cose che qualcuno deve fare. Ogni giorno. Con competenze precise.


L’infermiere che c’è, ma non si vede


Il paradosso è evidente: la delega descrive un modello che vive di infermieristica, ma evita accuratamente di dirlo. È come progettare un edificio parlando di muri, impianti e fondamenta, senza mai citare le colonne. Poi ci si stupisce se la struttura scricchiola.

Il rischio è sempre lo stesso: un grande disegno organizzativo che, non chiarendo ruoli e responsabilità, lascia spazio a soluzioni improvvisate, figure ibride, confusione operativa. l territorio, così, rischia di diventare semplicemente un altro posto dove mancano persone.


Conclusione


La delega dice cose giuste. Necessarie. Condivisibili. Ma resta sospesa nel vuoto perché non nomina i protagonisti reali del cambiamento. Perché l’assistenza territoriale non funziona per principi, ma per professionisti. E tutto ciò che viene immaginato in questo testo non può funzionare senza gli infermieri.

La domanda finale, quindi, è semplice: se il futuro è davvero sul territorio, siamo sicuri di voler continuare a progettare il sistema senza dire chiaramente chi dovrebbe mandarlo avanti?

Guido Gabriele Antonio

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