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Gli stipendi crescono, la sanità regge. Ma la vita corre più veloce

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A leggere i numeri ufficiali verrebbe quasi da tirare un sospiro di sollievo.
 Nel lavoro pubblico gli stipendi crescono, i contratti vengono rinnovati e il sistema, almeno sulla carta, sembra reggere.

E in effetti qualcosa cresce davvero.
 Negli ultimi anni le retribuzioni pubbliche hanno registrato un aumento complessivo non trascurabile. Il problema è che, nello stesso periodo, il costo della vita ha corso molto più velocemente. Così, mentre la busta paga sale, tutto ciò che serve per vivere sale di più. Il risultato è semplice e poco ideologico: il potere d’acquisto diminuisce.

Non è un crollo improvviso, non è una crisi spettacolare. È un impoverimento lento, quasi elegante. Di quelli che non fanno rumore, ma che si sentono ogni mese davanti al supermercato, all’affitto, alle bollette. Gli stipendi aumentano, sì, ma non abbastanza da permettere di vivere come prima. Ed è qui che la distanza tra numeri e realtà comincia a farsi evidente.

Questa dinamica pesa ancora di più in sanità. Non perché i dati siano diversi, ma perché il contesto lo è. La sanità è uno dei settori più rilevanti del lavoro pubblico, non solo per dimensioni, ma per complessità. È il comparto in cui crescono i bisogni di cura, aumentano le responsabilità, si moltiplicano i carichi e la pressione organizzativa è costante. Eppure, dal punto di vista retributivo, segue lo stesso schema generale: aumenti nominali che non riescono a tenere il passo con l’inflazione.

Tradotto in modo meno tecnico: chi lavora in sanità oggi si trova a gestire situazioni più complesse con stipendi che, in termini reali, valgono meno di qualche anno fa. Il lavoro diventa più pesante, ma la sua sostenibilità economica si assottiglia. Ed è un dettaglio tutt’altro che secondario in un settore che fatica sempre di più a trattenere personale.

I rinnovi contrattuali, in questo quadro, fanno il loro mestiere. Servono a contenere i danni, a rallentare la perdita di potere d’acquisto, a evitare che il sistema vada fuori controllo. Ma non servono a recuperare davvero ciò che è stato perso. Funzionano come una misura difensiva: impediscono che la situazione peggiori troppo in fretta, senza però riportarla al punto di partenza.

È un equilibrio fragile, che dal punto di vista contabile può anche sembrare soddisfacente. I conti tornano, gli indicatori restano sotto controllo e la macchina continua a muoversi. Ma dietro questo equilibrio si nasconde una verità più scomoda: il sistema regge perché chi ci lavora continua ad adattarsi.

La sanità, oggi, funziona così. Non perché sia diventata più sostenibile, ma perché chi la manda avanti assorbe le contraddizioni di un modello che guarda soprattutto ai numeri. Finché gli stipendi crescono abbastanza da evitare un’esplosione immediata il problema può essere rinviato. Ma la distanza tra ciò che il lavoro richiede e ciò che restituisce continua ad allargarsi.

E quando la vita corre più veloce degli stipendi, non è solo una questione economica. È una questione di tenuta, di motivazione, di futuro. Perché un sistema può anche essere in equilibrio sui fogli di calcolo, ma se quel peso ricade sempre sulle stesse persone, prima o poi il conto arriva. E raramente lo presenta il bilancio.

Guido Gabriele Antonio

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